Arrivederci Roma

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roma-2024La cronaca la sapete: il sindaco di Roma, Virginia Raggi, ha reso pubbico il parere negativo della sua giunta sulla possibilità che la Capitale ospiti i Giochi Olimpici estivi del 2024, spingendo con un piede e mezzo nella fossa la candidatura presso il CIO. Questo, in estrema sintesi, il nocciolo della questione, lasciando alla vostra buona volontà l’andarvi a trovare tutte le piccate dichiarazioni di Raggi e Malagò nelle rispettive conferenze stampa seguite al mancato incontro in Campidoglio.

Ne avrei fatto volentieri a meno ma, in quanto “malato” di sport, esperto di marketing sportivo e romano di nascita, mi sento in dovere di prendere una posizione in merito. Fuori da ogni appartenenza politica, la domanda, secca e semplice è una sola: Roma può permettersi di organizzare le Olimpiadi estive? La mia risposta, tanto per essere chiaro, è una sola: NO. Un “no” che va motivato, naturalmente.

Primo motivo: le cifre. Un’Olimpiade estiva costa, andando per difetto, almeno 9 miliardi di euro: impianti, alloggi, infrastrutture, personale e sicurezza sono solo le voci maggiori, e vi prego di non credere a chi vi dice, come spesso succede per eventi di questo tipo, che “ai cittadini non costerà un euro”. È una panzana, sia perché non esistono in Italia privati o sponsor in grado di coprire una cifra simile, sia perché se i Giochi fossero affidati a un privato, come hanno fatto gli USA con Los Angeles (Peter Ueberroth) e Atlanta (Coca Cola), il CONI non avrebbe motivo di accalorarsi così per questa vicenda. Se in cima alla piramide ci sono enti pubblici, state pur certi che c’è un esborso di soldi pubblici, quindi dei cittadini. Nessun privato sarebbe talmente folle da investire 5 miliardi di euro e poi lasciarli gestire a un ente pubblico. A titolo di esempio valgano le Olimpiadi di Torino, dove lo Stato sborsò 1,4 miliardi di euro dei 3,5 totali (fonte Corriere della Sera), quindi il 40%. Vogliamo ipotizzare una partecipazione simile? Il 40% di 9 miliardi sono 3,6 miliardi di euro…
I ricavi principali provengono dai diritti televisivi, dalle sponsorizzazioni e dalla vendita di biglietti e merchandising, ma vale la pena ricordare come l’ultima edizione estiva chiusa con un utile ufficialmente riconosciuto (250 milioni di dollari dell’epoca, mica spicci) sia stata quella di Los Angeles nel 1984. Tra le spese folli di Atene e Barcellona, passando per i sostanziali break even di Sydney, Londra e Seoul, si è arrivati fino ai +146 milioni di dollari di Pechino, sui quali però ci permettiamo di avere qualche perplessità. Bilanci trasparenti e dittature non legano molto, di solito.

Secondo motivo: il deficit. Si è detto che il valore di un’Olimpiade non possa essere racchiuso solo nei soldi. Giustissimo, sono d’accordo, ma i conti della serva vanno fatti, perché stiamo parlando del lusso più sfrenato che una città possa permettersi. E una città come Roma che, stando alle ultime stime apparse sui giornali, ha 13,6 miliardi di euro di deficit, non mi pare che possa permetterselo. Perché avere le Olimpiadi È un lusso, non si discute. Non è un caso, infatti, se in tempi di crisi il CIO fatichi tremendamente a trovare candidati disposti a mettere sul piatto una vagonata di denaro. E “l’effetto volano”, che viene sempre chiamato in causa in queste situazioni, può essere un fattore considerevole se ad ospitare l’evento è un paese in via di sviluppo (Brasile e Sudafrica, ad esempio) o una città con ampi margini di miglioramento come meta turistica internazionale (Barcellona nel ’92). Definizioni che non si adattano né all’Italia (ottavo paese industrializzato al mondo) né a Roma (una delle tre mete più visitate al mondo).

Terzo motivo: i re del mattone. Ne ha parlato il sindaco, quindi affrontiamo anche questo aspetto. Va innanzitutto sfatata la grande leva della “creazione di nuovi posti di lavoro”, perché se parliamo dei volontari allora parliamo di una marea di gente che viene sfruttata per pochi mesi, con orari pazzeschi a fronte di stipendi minimi (vedi Expo 2015). L’unico settore in cui si creerebbe un deciso salto occupazionale sarebbe quello dell’edilizia, che tra impiantistica, infrastrutture e alloggi dovrebbe gioco forza assumere molti lavoratori. Ottima notizia, ma che indirettamente conferma quello che ha detto il sindaco: in una città priva di strutture, le Olimpiadi sarebbero la manna dal cielo per i re del mattone. E per amor di patria sorvoliamo sui bandi di gara e gli appalti: ci sono ancora italiani così ingenui da credere che basti un commissario ad acta per rendere tutto legale e trasparente? Scommettiamo che, come accadde per Italia ’90, pur sapendo di organizzare le Olimpiadi con 7 anni di anticipo, molti lavori verrebbero tirati appositamente per le lunghe per poi poterli assegnare con chiamata diretta con la scusa dell’urgenza?

Quarto motivo: le priorità. Chi vive a Roma come me sa di cosa parlo. Una città con problemi enormi, di difficilissima e lunga soluzione: la sporcizia, il degrado, le condizioni delle strade e dei trasporti, la corruzione, i servizi assenti e gli enormi buchi nei bilanci delle società partecipate sono solo la cima dell’iceberg. C’è tanto, troppo da fare per riportare questa città alla normalità, prima di poter anche solo pensare alla grandeur. Le giovani generazioni, tirate in ballo con tanto epos da Malagò, credo dovrebbero essere grate a persone con i piedi per terra come Monti e Raggi, che hanno preferito prendersi la responsabilità di dire no quando sarebbe invece stato molto più semplice per loro dire il contrario e scaricare poi sugli altri le responsabilità di eventuali fallimenti, sempre che dopo otto anni qualcuno si fosse ricordato di andargli a dire qualcosa. Se oggi Roma è ridotta così lo dobbiamo proprio a chi, per decenni, ha continuato a mungerla da ogni parte, impunemente e senza la minima vergogna. dagli appalti alle case popolari, dalle strade ai battaglioni di parenti e amici imbucati nelle partecipate e nel Comune stesso, dicendoci al tempo stesso che andava tutto bene, che c’erano i mezzi e i soldi per risolvere tutti i problemi. Poi, quando non c’era proprio più niente da spolpare intorno all’osso, è iniziato lo scaricabarile, l’unica, vera disciplina olimpica in cui non temiamo rivali al mondo.

Quinto e ultimo motivo: i precedenti. Ne citiamo tre, che uccideranno sul nascere qualsiasi fiducia eventualmente ancora residua nel lettore: mondiali di calcio del 1990, Olimpiadi invernali del 2006, mondiali di nuoto del 2009, in rigoroso ordine cronologico. Partiamo dalle mitiche notti magiche di Italia ’90, sulle quali ci viene in aiuto un’approfondita inchiesta del Giornale datata aprile 2015: costo totale oltre 13 mila miliardi di lire, 6,5 miliardi di euro dell’epoca che, rivalutati secondo l’indice Istat, diventano circa 12 miliardi di euro attuali. Figurarsi che ancora nel 2014, nel bilancio di previsione di Palazzo Chigi, era presente un’uscita di 61,2 milioni di euro per il pagamento dei mutui accesi nel 1987 per i lavori in ottica mondiali. Per l’ammodernamento di 12 stadi il rialzo medio dei costi rispetto alle cifre di assegnazione fu dell’85%, con vette leggendarie come il Delle Alpi di Torino (+214%, costo finale 226 miliardi di lire per un impianto demolito nel 2009 per far posto allo Juventus Stadium…) e l’Olimpico di Roma (+181%). Anche al di fuori degli stadi, l’organizzazione italiana diede il peggio di sé a Roma, con i 350 miliardi di lire spesi per l’Air Terminal Ostiense (abbandonato subito dopo e resuscitato solo nel 2012 da Eataly) o le fantasmagoriche stazioni ferroviarie di Farneto e Vigna Clara o i maxi parcheggi rimasti tali solo sulla carta.
Passando a Torino, dove comunque la città ha cambiato volto grazie ai lavori olimpici, guadagnandone in turismo (e si torna al volano), c’è da considerare lo stato d’abbandono in cui versano il villaggio olimpico e moltissimi degli impianti (bob, biathlon, trampolino, l’Oval), a dimostrazione che, se non ben pianificato, è il post Olimpiade il rischio più grande.
Infine, torniamo a Roma per i Mondiali di Nuoto del 2009, con dei picchi di sprechi e malagestione da far impallidire perfino Italia ’90. Dalla vela di Calatrava, scandalo da 660 milioni di euro, proseguendo con i due poli natatori previsti per la manifestazione: quello di Ostia e quello di Valco San Paolo (Ostiense). Il primo, costato 26 milioni (dai 14 originariamente previsti…), non è mai stato completato, ha già diverse inchieste giudiziarie sul groppone e, udite udite, la piscina olimpionica non può essere usata per nessuna competizione  visto che è più lunga di un metro e mezzo (!!!!) rispetto ai 50 metri canonici. Se ne accorsero per primi, alla vigilia dei Mondiali, i nuotatori inglesi, che fin dalle prime bracciate pensarono di essersi imbrocchiti tutti insieme, visto che i loro tempi d’allenamento erano improvvisamente saliti e anche il conto delle bracciate non tornava… A Valco San Paolo (costo 16 milioni di euro) le misure pare siano incredibilmente giuste, ma in compenso le tre piscine non sono mai state completate e ora quelle e tutti gli spazi complementari stanno andando in malora. Casualmente, ma solo casualmente (pare che passassero di là e siano stati tirati dentro contro la loro volontà) in due casi su tre, mondiali di calcio e di nuoto, c’erano dentro Montezemolo e Malagò…

Mi sono dilungato molto, lo so, ma mi premeva che fossero chiare e il più possibile oggettive le ragioni del mio trovarmi d’accordo con il sindaco, pur senza essere un militante cinquestelle o un avente interesse di alcun tipo riguardo alle Olimpiadi. Anzi, emotivamente mi dispiace molto pensare di non poter ospitare i Giochi nella mia città, non vedere Roma trasformarsi in un enorme stadio a cielo aperto come nel ’60, ma in una partita così grossa l’emotività è proprio l’ultimo dei fattori da mettere in gioco.

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Gianluca Puzzo

4 commenti

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  • Purtroppo non mi hai convinto. Continui a fare il conto della serva trascurando alcuni punti fondamentali del mio commento (nella prima parte) a cui non hai risposto. Pazienza. Tu rimani della tua idea, io della mia. Il tempo dirà chi aveva ragione. Ciao.

  • Caro Gianluca, non sono d’accordo con le tue argomentazioni. Se tutti i paesi facessero i conti della serva che hai fatto tu, e il Sindaco Raggi, anzi Grillo, non si farebbero più le Olimpiadi, andrebbero abolite. Ma la vita, così come l’organizzazione di un grande evento, non si misura con un semplice calcolo aritmetico. Nel caso specifico è da considerare il prestigio che ne ricava la città e il paese, le opere che restano per sempre, le infrastrutture di cui avrebbe bisogno Roma e così via. E poi, nel probabile surplus di costi rispetto alle entrate, ci sono dentro i costi di 170.000 posti di lavoro e le commesse a tante aziende italiane. Insomma, soldi che vanno a finire nelle tasche degli italiani stessi.
    Al posto del Sindaco avrei detto: andiamo avanti alla condizione che tutto venga gestito da noi con rigore e con la massima trasparenza, dal primo all’ultimo centesimo. Ma così non è stato. Perché? Perché i 5 stelle non sono in grado di gestire un grande evento e per la loro incapacità Roma e l’Italia ha perso una possibile grande opportunità. Amen.

    • Ognuno è libero di pensarla come crede, ci mancherebbe, ma se da dieci anni le città candidate si contano sulle dita di mezza mano dove prima c’era la fila fuori dalla porta del CIO, evidentemente quella di fare i conti della serva è diventata un’abitudine diffusa… Può ragionare in termini di prestigio chi ha i soldi in cassa, come Parigi, non chi è pieno di debiti, visto che un’Olimpiade estiva corrisponde a 6 Expo. E anche quella della gestione diretta dell’evento da parte del Comune è una panzana che Malagò e il PD vanno sventolando da settimane: le Olimpiadi sono un evento di portata nazionale, pertanto l’organizzazione (e i relativi controlli) spettano per legge agli organi nazionali competenti, il CONI e il Ministero delle Infrastrutture nel caso specifico, non agli uffici locali. Il Comune di Roma sarebbe chiamato in causa solo per quel che riguarda la pianificazione e il controllo della realizzazione dei lavori di interesse pubblico sul territorio, ma non potrebbe essere lui a indire (e quindi a controllare) i bandi di gara collegati alle Olimpiadi. Tant’è che il no del Comune ha solo un peso politico sul CIO, ma non pratico: cioè, scoraggia il CIO dall’assegnare i Giochi a una città la cui amministrazione non li vuole, ma teoricamente il CIO potrebbe darli comunque a Roma, perché gli organi operativi, quelli nazionali, sono invece favorevoli. In tutti gli eventi internazionali ospitati da Roma, da Italia ’90 ai mondiali di nuoto del 2009, il Comune ha sempre avuto quel ruolo, quello cioè che gli impone la legge (lo stesso che ha avuto il Comune di Milano, ad esempio, per l’Expo). Lo stadio della Roma, tanto per capirci, è un caso diverso, essendo un’opera di interesse locale, e infatti Regione e Comune sono gli unici responsabili di tutte le fasi di assegnazione e controllo dei lavori. Nessuno nega che sarebbe affascinante avere di nuovo le Olimpiadi a Roma, quindi facciamo di tutto per poter tornare a permettercele. Un abbraccio.

Gianluca Puzzo

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