Il blitz, tattica di una caccia pericolosa

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blitzIl blitz è certamente la più terrificante azione difensiva e una delle più spettacolari in assoluto del football americano. “Terrificante” perché non saprei con quale altra parola definire la carica di quattro, cinque o sei energumeni abbondantemente sopra il quintale che in pochi secondi, dai 3 ai 5, abbattono la linea offensiva e atterrano il quarterback avversario. Di riflesso, è anche una delle situazioni in cui emerge di più la qualità complessiva del quarterback: se riesce a mantenere il sangue freddo fino all’ultimo attimo prima di venire colpito, se non perde di vista le traiettorie dei suoi ricevitori e completa il passaggio, allora ci troviamo di fronte a un giocatore senza paura, con qualità agonistiche superiori alla media. “Spettacolare” perché il concetto stesso di blitz, in tutti i campi (in primis quello militare, da cui deriva), racchiude in sé qualcosa di altamente specializzato, organizzato, attuato da uomini preparati che in brevissimo tempo si muovono in perfetto coordinamento, superano ogni difesa e risolvono una situazione pericolosa.

Nel football uno schema di blitz si attua quando almeno quattro difensori superano la linea di scrimmage per placcare il quarterback o comunque rompere il suo schema offensivo costringendolo a gettare via il pallone per evitare sensibili perdite di terreno. Normalmente viene utilizzato in situazioni di terzo down a medio/lungo raggio, dalle 6 yard in su, quando c’è un’altissima probabilità che l’attacco metta la palla in aria piuttosto che affidarla al running back, oppure in situazioni territoriali specifiche, uno snap a rischio safety o, al contrario, un down & goal. Il blitz può causare considerevoli perdite di yard anche contro le corse o gli screen pass, ma qui il rischio primario aumenta perché la “preda” è molto più agile e veloce di un quarterback, e c’è quindi il rischio concreto di regalare praterie al running back che riesca a eludere il blitz in territorio negativo.

Nato negli anni Cinquanta come schema “red dog” della classica difesa 4-3 (4 defensive linemen e 3 linebacker), in cui semplicemente due linebacker si univano alla spinta dei quattro defensive linemen per creare una superiorità numerica (6 contro 5 offensive linemen) e avere quindi più chance di arrivare al sack del qb, il blitz si è evoluto moltissimo nel corso dei decenni, divenendo una vera e propria filosofia difensiva e arricchendosi di un’infinità di varianti e adattamenti. Negli anni ’70 i Miami Dolphins aggiungono al loro playobook difensivo il blitz delle safety e dei cornerback, ma sarà negli anni ’90, con Dick LeBeau, che Cincinnati Bengals e, soprattutto, Pittsburgh Steelers, faranno del blitz un’arma di “terrore di massa”, con un impiego sistematico di questo schema, a vari livelli di intensità. Oggi il blitz è applicato con continuità e ottimi risultati dagli stessi Bengals e dagli Arizona Cardinals, e in modo meno marcato (ma sempre molto efficace, anche vista la qualità degli interpreti) dai Patriots e dai Seattle Seahawks.

Da un punto di vista tattico, il passaggio progressivo di molte squadre a una difesa 3-4 (quindi 3 defensive linemen e 4 linebacker) rispetto alla 4-3 ha aiutato l’esecuzione dei blitz, grazie alle opportunità offerte dall’avere in campo quattro uomini ad impiego flessibile, i linebacker appunto, dotati di peso e forza d’impatto ma anche di mobilità, e quindi in grado di passare senza problemi dai compiti di contenimento al blitz. Quello dei linebacker resta quindi lo schema di blitz più comune, naturalmente attuato in modalità e numeri diversi. Se è molto raro che un coach possa chiamare al blitz tutti i suoi quattro linebacker, è sempre più frequente l’adozione di variabili in corsa, soprattutto quando si hanno in campo linebacker esperti nel leggere le situazioni di campo. Ecco quindi i “key” blitz, in cui il comportamento del linebacker varia sulla base del comportamento dell’avversario che gli viene assegnato a uomo; quindi, ad esempio, se al linebacker viene ordinato il blitz a chiave sul tight end avversario, il difensore rimarrà in copertura se il tight end si staccherà per ricevere, mentre partirà per il blitz se vedrà lo stesso tight end restare sulla linea di scrimmage.

Un’altra modalità di blitz sempre più frequentemente adottata è il “delayed” blitz, quello ritardato, in cui il linebacker finta di rimanere in copertura ma poi, una volta letti i bloccaggi sulla linea di scrimmage, si lancia in avanti nei buchi aperti dai compagni. Se ben attuata, questa tattica porta spesso ottimi risultati, perché l’arrivo ritardato dell’uomo in blitz sorprende sia i bloccatori (che, impegnati con i loro avversari di linea, non lo vedono arrivare) sia il quarterback, che in quella fase ha già scavalcato con lo sguardo la propria linea per individuare un ricevitore libero a cui passare la palla.

Uscendo dalle questioni dei linebacker, analizziamo il già citato blitz proveniente dalle secondarie, quindi dalle safety e dai cornerback, giocatori più piccoli e rapidi dei linebacker che possono superare in agilità i mastodontici bloccatori e piombare sul quarterback avversario in piena velocità. È meno usato per due principali motivi: il primo è che è molto rischioso. Se il blitz non riesce e il qb completa il passaggio, infatti, il ricevitore con la palla in mano troverà praterie a sua disposizione o sarà comunque marcato da un difensore di ripiego, un linebacker, su cui avrà un enorme vantaggio in termini di velocità. Il secondo motivo è invece legato ai bloccaggi: per quanto veloci e agili, safety e cornerback pagano un grosso dazio in peso e potenza rispetto agli offensive linemen, a cui basta un braccio solo per fermarli o deviarne la corsa. A quel punto, se un offensive tackle legge il blitz e taglia la strada al cornerback, per quest’ultimo è come andare a sbattere contro un muro di cemento, 85 chili contro 140.

Ed eccoci quindi agli offensive linemen (un centro, due guardie e due tackle), gli uomini deputati a salvaguardare l’integrità fisica del quarterback: quali manovre attuano per difendersi da un blitz? Innanzitutto, sono preparati, anche attraverso lo studio dei video, a prevenire il blitz: sanno quali sono gli avversari più aggressivi e usano segnali in codice per avvertirsi l’un l’altro dell’imminenza di un blitz (spesso è il centro a chiamare questi schemi speciali di bloccaggio). Inoltre, possono essere aiutati dal quarterback, che se intuisce l’arrivo di un blitz può chiamare con gli audibles sulla linea di scrimmage dei bloccatori aggiuntivi, come il tight end, il fullback o il running back, portando a otto il numero dei compagni deputati a proteggerlo e con soli due ricevitori in campo aperto. Un’altra tattica consiste nel lasciare intenzionalmente libero uno dei difensori in fase di blitz: il quarterback, pur braccato, avrà il vantaggio di sapere esattamente da quale parte arriva il pericolo e si muoverà di conseguenza, magari pescando un ricevitore libero proprio nella zona di campo lasciata libera da quel difensore avanzato per il blitz. Tattica paradossale e rischiosa ma che, come s’intuisce, ha i suoi buoni margini di riuscita.
Contro il blitz delle safety e, soprattutto, dei cornerback, assumono un ruolo importante anche i ricevitori: la loro aggressività subito dopo lo snap e la loro capacità di attaccare subito gli spazi profondi possono minare la decisione del difensore di scattare in avanti a caccia del quarterback e indurlo a più miti consigli (leggi “retrocedere in copertura”), annullando il blitz per non rischiare di incassare un big play da 50 yard proprio dal suo avversario diretto.

Ci siamo soffermati molto sugli svantaggi e le contromisure di chi fronteggia il blitz perché i vantaggi sono fin troppo ovvi: questa tattica, se portata a termine, ha un effetto devastante sulle certezze degli attaccanti, giocatori abituati ad avanzare, a “conquistare” terreno, che invece si vedono invasi in casa propria e ributtati indietro. Effetto pratico (si indietreggia sul campo) ed effetto psicologico, ovviamente: non c’è niente di più deprimente per un attaccante di vedere allontanarsi la propria meta. E c’è infine l’effetto fisico: i placcaggi derivanti da blitz, essendo fatti in corsa, sono spesso violentissimi, e possono causare infortuni anche seri in chi li subisce. Parliamo di placcaggi assolutamente regolari, intendiamoci, che portano alla difesa l’ulteriore vantaggio di veder imboccare anzitempo al temuto qb avversario la via degli spogliatoi; non è il massimo della sportività, siamo d’accordo, ma “if it’s in the play, it’s in the play”.

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Gianluca Puzzo

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