Boston e St. Louis alle World Series: da mercoledì parte la finale più attesa

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Shane-Victorino_postEra dal 1999 che le due squadre con il miglior record in regular season non si ritrovavano una di fronte all’altra nelle World Series: ora è il momento per Boston Red Sox e St. Louis Cardinals di rinverdire la statistica e di dare vita da mercoledì a una serie al meglio delle sette gare che si prospetta davvero equilibrata e incerta. I Sox avranno dalla loro il fattore campo, potendo giocare in casa le prime due e le eventuali sesta e settima, fattore che però penso possa incidere in modo molto limitato, vista l’esperienza di molti giocatori, da entrambe le parti. Sarà una serie bellissima, ne sono certo.

I Cardinals hanno mostrato una capacità di giocare alla grande nei momenti decisivi che farebbe l’invidia di ogni allenatore. Trascinati a gara 5 dai generosi Pittsburgh Pirates, li hanno spazzati via 6-1, ripetendosi in gara 6 della serie contro i Los Angeles Dodgers, vinta addirittura 9-0. Il grande merito dei Cards è di aver minato la principale certezza di L.A., cioè Clayton Kershaw, battendolo sia nella seconda che nella sesta gara. I Dodgers hanno lottato con ardore ma sono la squadra del futuro, non di questo presente: la poca esperienza di alcuni elementi (vedi Puig, protagonista di diversi pasticci in difesa) e alcune caselle da riempire con più qualità (vedi quella del catcher) sono saltate impietosamente all’occhio contro una squadra matura, vincente e determinata come St. Louis e campioni navigati come Beltran, Molina, Holliday, Wainwright & Co.

Discorso completamente diverso per gli sconfitti dell’altra semifinale, i Detroit Tigers, usciti bastonati dallo scontro con i Boston Red Sox più di quanto non dica l’eliminazione in sei partite. Boston non ha solo vinto, ma ha demolito fin nelle fondamenta lo stile di gioco dei Tigers, noioso, scontato e banale. Troppo facile l’equazione “super lanciatori partenti + super bombardieri= vittoria”: il baseball non funziona solo così, per fortuna. Senza corsa sulle basi, con un bullpen modesto, con Cabrera mezzo infortunato e un Fielder che, insisto, mi pare un giocatore molto sopravvalutato, Detroit si è sbriciolata lentamente al cospetto delle lunghe barbe bostoniane. A rallentarne la caduta sono state le orgogliose prestazioni sul mound di Scharzer, Verlander e Sanchez, e la coppia di interni più spettacolare del campionato, Infante e Iglesias, più le battute di Peralta, voglioso di riscatto dopo la squalifica. Al secondo fallimento consecutivo nei playoff, Detroit deve cambiare stile di gioco, qualche uomo e, forse, anche manager, provando a guardare oltre l’ormai sessantottenne Jim Leyland. Le lunghe barbe bostoniane, dicevamo: una squadra brutta, sporca e cattiva (sportivamente parlando) ma emozionante da vedere, grintosa, aggrappata a ogni singolo out con le unghie e con i denti, che ogni sera ha trovato protagonisti diversi per superare gli ostacoli. Da Mike Napoli all’eterno David Ortiz, da Dustin Pedroia a “Johnny-Go” Gomes fino all’ultimo in ordine di tempo, Shane Victorino, capace di piazzare il grand slam (nella foto) che ha ribaltato il punteggio di gara 6 e chiuso la serie.

In conclusione, non voglio esimermi dal pronostico su queste World Series, fedele al motto di Rino Tommasi secondo cui i pronostici li sbaglia solo chi li fa: io dico Boston campione in sette partite. Al campo l’onere di smentirmi e, soprattutto, di farci vedere delle sfide davvero indimenticabili.

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Gianluca Puzzo

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