Ciao Jules

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Triste e sconsolante la notizia arrivata durante la notte del 17 luglio.
Jules Bianchi, faccia da bravo ragazzo, mai alla ribalta delle cronache mondane, carattere silenzioso grazie al quale il sottoscritto attendeva fremente di vederlo a bordo di una monoposto del Cavallino, a maggior ragione dopo le negative prestazioni degli ultimi anni delle altre seconde guide.
Il pilota della Marussia, nato a Nizza ma di chiare origini italiane, già nell’adolescenza si era messo in luce come una promessa dei motori, dalle formule minori fino a guadagnarsi l’accesso alla Ferrari Accademy, una vera e propria scuola dove la Ferrari coltiva i propri talenti.
Tra il 2009 e il 2011 si affaccia in GP2 (la categoria inferiore alla F1) mostrando le sue doti velocistiche, mentre nell’anno successivo artiglia un contratto da terzo pilota in Force India per poi diventare dal 2013, pilota titolare (34 i GP in totale nella sua carriera) della piccola Marussia, team minore della Formula 1 con cui resterà memorabile il suo nono posto nel Gp di Monaco dello scorso anno, divenuto il vero salvagente finanziario per lo stesso team.
Bianchi ha salutato tutti sulla soglia dei 26 anni dopo un incidente verificatosi durante il Gran Premio del Giappone sul circuito di Suzuka a causa di un’uscita di pista sotto il diluvio; il francese si è andato a schiantare contro il retro di un mezzo pesante accorso sul posto per rimuovere un’altra monoposto, la Sauber di Sutil, andata in testa coda il giro precedente nello stesso punto.
Lì è finita la sua vita. Nonostante i grossi passi in avanti fatti dalla F1 in materia di sicurezza da quell’agghiacciante weekend di maggio del 1994, quando la sua stessa sorte toccò a Senna e Ratzenberger. Malgrado vie di fuga, roll bar, protezioni più estese, safety car e tutto il resto, è morto in pista un altro pilota.
Facile, oggi, attribuire a questo o quell’altro le colpe di responsabilità non assunte o, perché no, parlare anche di un errore del pilota.
Oggi piange lo sport ma una cosa è certa: noi amanti delle quattro ruote non ti dimenticheremo mai.
Ciao Jules.

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Andrea La Rosa

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