Ciao Pibe, la mano de dios è tornata in cielo

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È scomparso poche ore fa in Argentina Diego Armando Maradona, el Pibe de Oro, il campione più emozionante della storia del calcio.

E così, stasera, questo maledetto 2020 s’è portato via pure Diego Armando Maradona, el Pibe de Oro, il più geniale giocatore che abbia mai calcato un campo di calcio. Non so se il più grande (Pelè era più forte atleticamente e tatticamente), ma non è questo il tempo né il luogo per riaprire la querelle su “Maradona è meglio ‘è Pelè”; di sicuro il più emozionante, imprevedibile, acrobatico e tecnicamente superbo di tutti i tempi. Tutto questo partendo da un fisico minuto, sghembo e a tratti goffo (“il divino aborto”, arriverà a chiamarlo Gianni Brera); tutto questo giocando praticamente con un piede solo, il sinistro; tutto questo dopo essere nato in una famiglia poverissima di Lanus giusto sessant’anni fa; e tutto questo dopo essersi rotto tibia e perone nella breve parentesi col Barcellona. Ma il suo genio, la sua capacità di pensare e fare cose impensabili e impossibili per tutti gli altri, lo portano ben presto sotto i riflettori: a quindici anni nell’Argentinos Juniors (con cui segnerà 116 gol in 166 partite), a diciassette in nazionale (34 gol in 91 gare). E poi il Boca e il Napoli, un quartiere e una città in cui ancora oggi è possibile trovare suoi murales, a ricordare le stagioni della gioia popolare arrivate soprattutto grazie a questo campione, tanto grande e generoso dentro il rettangolo verde quanto debole e fallace fuori. Nell’81 il suo arrivo nel Boca Juniors, la squadra per cui tifa, è un sogno che si avvera per Maradona: segna 28 gol in 40 partite, conducendo i gialloblu al titolo nel delirio generale. La squadra ha però difficoltà finanziarie ed è costretta a cederlo al Barcellona, dove Maradona vivrà due anni difficili, soprattutto a causa del grave infortunio causatogli da un’entrata assassina del difensore basco Goikoetxea, ma in cui segnerà comunque 38 reti in 58 partite, vincendo una Coppa e una Supercoppa di Spagna. Anche con i Mondiali avrà un rapporto spesso difficile: nel ’78 viene escluso tra mille polemiche (a 17 anni è il capocannoniere del campionato) dai 22 dell’Argentina che diverrà campione del mondo in casa, nell’82 viene fermato solo dalla rudezza di Gentile e da un arbitraggio troppo permissivo, nel ’90 perde in finale contro la Germania dopo aver eliminato l’Italia nella semifinale di Napoli ed aver

insultato in mondovisione i tifosi che fischiavano l’inno argentino, nel ’94 negli Usa trova ancora un ultimo fuoco (ha 34 anni ormai) ma viene fermato dopo un controllo antidoping, com’era già successo in Italia. Ma è nei Mondiali di Messico 1986, che Maradona si prende il mondo: non solo vincendo il titolo, ma riuscendo nell’impresa di riassumere in una sola partita tutto il bianco e il nero, il bene e il male che convivono nella sua anima. Contro l’Inghilterra, nei quarti di finale, è una partita che va ben al di là delle mere ragioni di campo: quattro anni prima c’era stata, tra le due nazioni, la guerra delle Falklands, reclamate dall’Argentina ma riprese dagli inglesi con una potente azione militare. E contro l’Inghilterra Maradona lascia il mondo a bocca aperta, dapprima con un gol segnato di mano senza che l’arbitro se ne accorga (quella che passerà alla storia come “la mano de dios”) e poi con una seconda rete leggendaria, dopo una discesa solitaria a tutto campo in cui salta sette avversari con undici tocchi del pallone. In semifinale liquida il Belgio con una doppietta e in finale, dopo la doppia rimonta della Germania Ovest, inventa dal nulla il pallone che lancia il compagno Burruchaga verso il gol della vittoria. È l’apoteosi, il sigillo su un amore incondizionato del suo popolo che, negli anni bui che verranno, saprà perdonargli tutto, dai fallimenti alle sregolatezze, dalla droga alle pagliacciate in tv. Lo stesso amore incondizionato che Maradona saprà guadagnarsi a Napoli, issando una squadra storicamente ai margini della vetta del calcio italiano fino alla vittoria di due scudetti (1987 e ’90), una Coppa Uefa (1989), una Coppa Italia (1987) e una Supercoppa italiana (1990). Il presidente Ferlaino lo acquista nel 1984 e già dai primi palleggi solitari al centro del San Paolo si capisce che tutto sta per essere travolto da questo numero 10: il gioco all’italiana, il rigore tattico, le difese arcigne su su fino allo strapotere delle squadre del nord. Maradona porterà Napoli e il Napoli a vette mai toccate prima (né dopo), e lo farà a modo suo: con punizioni a giro, gol da calcio d’angolo e da centrocampo, cross in rovesciata e frombolerie da lasciare senza fiato, perfino di testa. Ecco, è questo che ci deve restare oggi, negli occhi e nella mente, di Diego Armando Maradona. Ora che non c’è più. Ora che Dio ha ritrovato la sua mano sinistra.

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Gianluca Puzzo

6 commenti

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  • Non seguo il calcio ma il “personaggio” racchiudeva, come hai scritto, valori grandi e vizi umani.Hai saputo riassumere questi aspetti e la sua incredibile carriera.Bravo

  • Se ne va un pezzo di storia (non solo calcistica) degli ultimi quarantacinque anni, autore di un romanzo trasparente. Complimenti per l’articolo.

  • Era doveroso commentare la scomparsa del più grande di tutti. Condivido la tua scelta di parlare del campione geniale e non dell’uomo discutibile. Concludo citando una definizione di Vittorio Sgarbi con cui sono spesso in disaccordo ma non oggi: Maradona è per il calcio un “genio inarrivabile” così come lo è Caravaggio per l’arte. Ciao e complimenti.

  • Sei uno dei pochi che ha saputo celebrare il campione lasciando fuori qualsiasi polemica sulla sua vita extra calcistica. Nella maggior parte di quello che si legge in giro è tutto un “era il più forte e ‘sti cazzi se era drogato, mezzo camorrista, evasore, puttaniere e chissà che altro”, tutte considerazioni che non fanno altro che aizzare polemiche, anche violente. E sai che anch’io non sono un fan di Maradona ma, di fronte ad un articolo come il tuo, non ho nulla da dire. Bravo.

  • Anch’io che non seguo per niente il calcio mi sono goduta questo articolo! Bravo mister Puzov!

Gianluca Puzzo

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