Cinque tragicomiche storie di doping

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Nelle ultime settimane il doping è tornato a far parlare di sé attraverso cinque vicende in cui alla comicità surreale di situazioni, escamotage e giustificazioni addotte dagli atleti fa inevitabilmente da contraltare la drammatica consapevolezza che il doping è ben di là dall’essere debellato, con o senza la consapevolezza di chi lo assume.

Nelle ultime settimane la lotta al doping è tornata a far parlare di sé, tra squalifiche a celebri professionisti, surreali giustificazioni addotte da atleti risultati positivi ora in attesa di processo e incredibili tentativi di evitare i controlli post gara. I cinque casi più recenti fanno riferimento ad altrettante discipline diverse e ad atleti di quattro nazionalità differenti, quindi se da un lato la buona notizia è che al momento non esiste un sistema capillarmente diffuso in un singolo sport o in un Paese, l’altro lato della stessa medaglia ci dice però che il doping non conosce oramai barriere, né geografiche né tecniche. Quella con la maggiore eco mediatica è stata certamente la squalifica di quattro anni comminata al calciatore francese Paul Pogba, ancora (per poco) in forza alla Juventus; l’ex “Polpo”, per accelerare il recupero dall’ennesimo infortunio di questa seconda parte della sua carriera, la scorsa estate, mentre è a Miami, acquista e assume un integratore che riporta chiaramente, nel “bugiardino” interno, l’avvertenza della presenza di sostanze dopanti. Un errore di incredibile superficialità da parte di un esperto professionista, in quanto sarebbe bastato fermarsi qualche minuto a leggere anziché assumere alla cieca un prodotto che ora rischia quasi certamente di essere la pietra tombale sulla carriera dell’ex campione del mondo (che ha già 31 anni, ricordiamolo). La Juventus, totalmente estranea ai fatti, ha già tagliato lo stipendio al giocatore, e ora potrebbe avvalersi della facoltà di rescissione unilaterale del contratto. Ha dell’incredibile anche la vicenda che ha visto coinvolta, meno di una settimana fa, un’altra atleta francese, la schermidrice Ysaora Thibus, una delle punte della squadra francese alle prossime Olimpiadi casalinghe. Campionessa mondiale di fioretto individuale nel 2022 e argento a squadre a Tokyo, il 14 gennaio scorso la Thibus è risultata positiva all’ostarina, una sostanza che accresce la massa muscolare e migliora quindi le prestazioni atletiche in termini di esplosività. Qui di davvero incredibile (ma saranno i giudici a stabilirlo, sia chiaro) c’è la giustificazione addotta dall’atleta, che fa risalire la sua positività ad uno “scambio di fluidi corporei” durante un rapporto sessuale con il suo compagno, l’americano Race Imboden, anch’egli fiorettista. Pur di accorciare i tempi del processo, la Thibus ha rinunciato anche alle controanalisi, ma potrebbe essere comunque complicato convincere i giudici con questa tesi difensiva, tanto più che definirebbe implicitamente come dopato il fidanzato. Noi italiani, dopo il “pasticciaccio brutto” della coppia Schwazer-Kostner, pensavamo di aver visto tutto su questo argomento, ma evidentemente non è così. Chi invece ha già visto rigettate le proprie giustificazioni, qui al limite del fantascientifico, è la pattinatrice russa Kamila Valieva, 17 anni, considerata il più grande astro nascente del ghiaccio artistico e già autrice di salti

mai eseguiti in precedenza. La sua vicenda risale alle Olimpiadi invernali di Pechino, anno 2022, quando la Valieva aveva quindi solo 15 anni: anche grazie a lei la Russia vince l’oro a squadre ma la premiazione non avrà mai luogo. In quelle ore, infatti, giunge la notizia della positività alla trimetazidina (sostanza per curare l’angina pectoris) della giovanissima pattinatrice ad un controllo fatto 40 giorni prima; è l’inizio di una vicenda che porterà a scoperchiare un tremendo vaso di Pandora. Si scoprirà infatti che la trimetazidina non è che la punta dell’iceberg, visto che, come sottolineato nella sentenza del TAS, nel biennio 2020-21 gli allenatori di una ragazzina di soli 15 anni, ricordiamolo, arriveranno a somministrare alla loro allieva qualcosa come 60 farmaci, oltre a moltissimi integratori, per un totale di 69 diversi principi attivi. Numeri agghiaccianti, ancor più se si tiene conto che con ogni probabilità l’atleta, vista l’età, era all’oscuro della reale tipologia di quel che assumeva, fidandosi dei consigli di chi le stava accanto. Dopo una fragile quanto risibile ipotesi difensiva, una torta alle fragole contaminata con i farmaci che assumeva suo nonno, la Valieva si è vista confermare anche in appello i quattro anni di squalifica, a decorrere dal 2021, che la terranno fuori dal ghiaccio almeno fino al 2025.
Chi invece è stato squalificato, sempre per quattro anni, pur senza risultare positivo ad alcunchè è il mezzofondista keniano Michael Saruni, che nel 2022, in occasione delle qualificazioni nazionali per i Mondiali di quello stesso anno, ha pensato bene di mandare un suo sosia al controllo antidoping post gara, nascondendosi in un bagno per evitare che l’imbroglio venisse a galla. Cosa puntualmente avvenuta, in ogni caso, grazie soprattutto all’attenzione di un commissario dell’agenzia antidoping keniota, insospettito dal fatto che lo pseudo-Saruni fosse fresco e senza una goccia di sudore sulla pelle. Scattate le ricerche, il vero Saruni è stato subito trovato e, dopo un breve tentativo di fuga, catturato e denunciato.
Infine, come negare un cenno di quanto accaduto pochi giorni fa in una corsa ciclistica amatoriale molto conosciuta in Spagna, il circuito Interclub Vinalopò, giunto alla sua quarantesima edizione. Si correva la sesta prova, con un totale di 182 partenti, divisi nelle varie categorie. Sapete quanti corridori sono giunti al traguardo? Solo 52. E non per condizioni metereologiche proibitive o per cadute di massa, bensì perché nel gruppo era arrivata la notizia che all’arrivo ci fossero gli ispettori dell’antidoping spagnolo. Da quel momento, in pochi minuti, è stato un susseguirsi di ritiri apparentemente inspiegabili, con decine di corridori che scendevano dalla bici per salire immediatamente sulle auto di amici e parenti pronti a portarli via dai temutissimi ispettori. Una selezione degna della fantozziana Coppa Cobram, insomma, ma stavolta non per colpa della trattoria “Al Curvone”…

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Gianluca Puzzo

3 commenti

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  • Vicende veramente surreali che, se da un lato strappano più di una risata per la capacità dei colpevoli di gettarsi nel ridicolo una volta scoperti, dall’altra fanno seriamente riflettere, soprattutto quanto accaduto nella gara ciclistica: il doping ha una diffusione paurosa e chi lo assume o lo fa assumere non ha il minimo riguardo verso la propria o altrui salute. Emblema ne è la quindicenne russa, sulla cui non colpevolezza, o quanto meno eccesso di fiducia nei confronti di chi dovrebbe in realtà tutelarla da certi “errori”, sarei pronto a scommettere. Certo che, a leggerle così, sono un soggetto pronto per l’ennesimo cine-panettone firmato Boldi-De Sica!

    • È proprio così, sottoscrivo le tue parole al 100%. Immagina la faccia di quelli che hanno trovato il keniota nascosto in bagno…
      Grazie per il tuo commento, a presto!

Gianluca Puzzo

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