“Cuore di Cobra”, viaggio nelle tenebre del doping

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“Mi raccomando però: fai quello che devi, quello che è necessario, ma tutto sotto stretto controllo medico. Non farti male, Riccardo…” Lo sapevamo entrambi, papà e io, che quel momento sarebbe arrivato, prima o poi.
…Prima o poi la “cura”, il “problema”, l'”argomento”, la “sostanza”, il doping, insomma, in quel salotto ci sarebbe arrivato, e se ne sarebbe dovuto parlare apertamente, a quattr’occhi. Perché in realtà anche il fatto che nell’ambiente il doping non venga mai nominato esplicitamente, o chiamato col suo nome, serve per far sì che tutti se ne possa far uso, senza farsi troppe domande, troppi problemi, troppi sensi di colpa. Anzi, di sensi di colpa manco a parlarne: ché la sostanza è necessaria, ti fa stare bene, aiuta il recupero, attenua la fatica, previene infortuni… Insomma senza sostanza il ciclista non lo fai. Punto e basta.
Questa è la mentalità, legittimata dall’ambiente che ti circonda, che non sempre ti spinge in modo esplicito, ma ti suggerisce, ti fa capire, ti induce a cercartela per tuo conto, la sostanza, così da avere il cavallo buono bello gonfio e con la gamba sciolta, ma anche le mani pulite se qualcosa dovesse andare storto, o arrivasse qualcuno a ficcarci il naso.
Ci vorrà un po’ di tempo, ma mio padre capirà a sue spese che avere un figlio con il talento per il ciclismo è una delle maledizioni più grandi che possa capitare a un genitore sulla faccia della Terra.

È questo uno dei passaggi che più mi ha colpito in “Cuore di Cobra”, l’autobiografia dell’ex ciclista Riccardo Riccò, resa in stile fluente e ben ritmato dal giornalista di Radio24 Dario Ricci e pubblicata pochi mesi fa dalla casa editrice Piemme. Un libro in cui il protagonista, squalificato due volte per doping (la seconda fino al 2024), si racconta senza remore e senza falsi pudori dalle prime pedalate giovanili fino alle vicende professionistiche, esaltanti e amarissime al tempo stesso, in un saliscendi che ricorda davvero le salite tanto amate da Riccò. Il “Cobra”, così era chiamato Riccò dai tifosi italiani che per una breve parentesi avevano visto in lui l’erede di Pantani, sgombra subito il campo (anzi la strada) da ogni dubbio: nel ciclismo non si vince solo con il doping ma non si vince neppure senza doping. Di più, fare i grandi giri a tappe senza doparsi è una follia; non per vincerli, sia chiaro, ma anche solo per arrivare entro il tempo massimo per 3.500 chilometri in tre settimane con soli due giorni di riposo. Questo, pur nella sua apprezzabile franchezza, è in fondo l’aspetto meno originale del racconto di Riccò, nel senso che va solo a confermare quello che diversi altri libri prima di lui avevano fatto sapere al grande pubblico: attenzione perché nel ciclismo c’è davvero poco oro in quello che luccica.

Le dettagliate spiegazioni su sostanze, quantità, modalità di assunzione, pro e contro di ogni farmaco, rendono uno spaccato aberrante di questo sport, per non tacere di atmosfere e comportamenti nella pancia del gruppo, al limite del mafioso. In uno sport normale (in un mondo normale, aggiungiamo), il ciclista professionista dovrebbe studiare i percorsi, gli avversari, le tecnologie costruttive delle bici, non diventare un chimico, biologo, farmacista e medico. Ma nel momento in cui un giovane dotato si vede sorpassare da quelli scarsi inizia a farsi delle domande, e quello è l’inizio della fine. Nel suo libro Riccò non cerca giustificazione o assoluzione dai “peccati chimici” di cui si macchia, anche perché non ce n’è ed è giusto che non ce ne sia, ma spiega molto bene il percorso (mentale, prima ancora che materiale) con cui un ciclista arriva consapevolmente a doparsi.

E qui entra in gioco l’aspetto più interessante del libro, quello emozionale, cioè la spiegazione di come il suo doping coinvolga (e travolga, in alcuni casi) anche la sua vita personale: i differenti comportamenti del padre e della madre, l’inevitabile complicità della compagna, fino al crollo che porta Riccò a un passo dal suicidio. Interessante soprattutto il rapporto col padre, anche lui grande appassionato di ciclismo, che si trova ben presto stritolato nel diabolico bivio che si evince nel brano evidenziato all’inizio. Un libro interessante, toccante, che racconta più che bene come un ragazzo che sognava di conquistare il mondo si sia scontrato in modo brutale con il prezzo che questo sogno comporta. Per ritrovare se stesso, adulto, nella semplicità di una gelateria a Tenerife.

Autore

Gianluca Puzzo

Un commento

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  • Nella tua profonda recensione, l’anteprima di un libro dove appare la verità senza scudi.
    Il pentimento di un uomo, e l’amarezza del ciclista per aver deluso chi credeva in lui.

Gianluca Puzzo

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