Generazione di Fenomeni 1: le origini

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Alcuni giorni fa, Repubblica ha celebrato (in anticipo) il trentennale dal primo trionfo iridato della nazionale italiana maschile di pallavolo, pubblicando un’interessante chiacchierata “domestica” tra Velasco e Zorzi. È tempo quindi anche per Sport One di ripercorrere, in diverse puntate, l’indimenticabile viaggio ultradecennale di quel leggendario gruppo di giocatori (e uomini) vestiti d’azzurro.

Sul podio del primo mondiale vinto, Rio 1990

Lo spunto arriva da un video di Antonio Nasso e Valerio Lo Muzio, pubblicato sul sito di Repubblica un paio di giorni fa (per vederlo clicca QUI), in cui Julio Velasco e Andrea Zorzi chiacchierano amabilmente per una dozzina di minuti, tra riflessioni profonde (come si conviene a due teste pensanti di quel calibro) ed emozionanti ricordi dei loro comuni trascorsi in nazionale. Ci rendiamo così conto che a ottobre saranno trascorsi trent’anni dal primo alloro mondiale della cosiddetta “Generazione di Fenomeni”, soprannome coniato dal giornalista Jacopo Volpi (citando una canzone degli Stadio) al termine della telecronaca della vittoriosa finale del Mondiale di Atene ’94.
Da allora è stata, ed è tuttora, la “Generazione di Fenomeni”, quella nazionale che nel 2000 verrà premiata dalla federazione mondiale come “squadra del secolo”, capace di dominare la scena mondiale della pallavolo maschile per oltre dieci anni, dal 1989 al 2000, attraverso tre allenatori (Velasco, Bebeto e Anastasi) ed una fioritura probabilmente irripetibile di campioni succedutisi in campo, a partire dal “gruppo del ’65” (Gardini, Cantagalli, Galli, Zorzi e Tofoli). La selezione e formazione di quella generazione di giocatori viene da lontano, addirittura dal 1979, quando, all’indomani del sorprendente argento mondiale del ’78 (il cosiddetto “gabbiano d’argento”), l’allora segretario generale della Fipav, Gianfranco Briani, convoca il ct Carmelo Pittera per impostare una grande selezione nazionale di giovani giocatori, da allenare secondo nuove e più moderne metodologie di quelle adottate fino a quel momento. Sotto l’occhio attento di Pittera inizia così il progetto “Volley 85”, che attraverso un lungo calendario di selezioni dapprima locali e poi via via sempre più ampie dovrà gettare le basi della nazionale juniores che nel 1985 farà gli onori di casa ai Mondiali di categoria ospitati a Milano. Nasce così, selezione dopo selezione, raduno dopo raduno, il “gruppo del ’65”, ulteriormente legato dal fatto di svolgere insieme anche il servizio militare. Pressoché infiniti sono gli aneddoti sui mesi trascorsi in divisa dai nostri futuri campioni nel 1984, prima per qualche giorno a Barletta e poi a Bologna nella Compagnia Atleti: gli introvabili anfibi taglia 52 del colossale Roberto Viscuso (che giocherà in serie A e diventerà un affermato tecnico anche nel beach volley), Andrea Zorzi in corte marziale difeso da Gardini che si appella “all’ignoranza dell’imputato” (risultato 8 giorni di rigore), fino a Zorzi stesso che, chiamato a lanciare a tutta forza la prima (e probabilmente unica)

bomba a mano della sua vita, la scaglia talmente lontano da superare il limite del campo di addestramento, rischiando di fare una strage di ignari commilitoni… e questi per citarne solo alcuni.
Tornando seri, oltre a quella di Pittera c’è un’altra figura fondamentale nella formazione di quel gruppo (e di tanti altri a venire), una figura sempre ricordata dai giocatori stessi ma che troppo spesso ha finito per scomparire dalla genesi della Generazione di Fenomeni: quella di Alexander Skiba, tecnico polacco, campione del mondo da giocatore nel 1974, responsabile dall’83 della nazionale juniores maschile.
Allenatore dai metodi duri ma dotato di grandissima competenza tecnica e spessore umano, avrà un impatto chiave sui suoi giovani e talentuosi allievi, conquistando con loro il bronzo agli Europei dell’84 e, soprattutto, l’argento (dietro all’URSS) ai tanto attesi Mondiali casalinghi. Skiba approderà per un breve periodo anche alla nazionale maggiore, venendo poi sostituito per una altrettanto breve parentesi dal ritornante Carmelo Pittera cui succederà, dall’89, Julio Velasco. Anche il destino del tecnico argentino è legato allo stesso anno cruciale dei suoi ragazzi: il 1985. È in quella estate, infatti, che Velasco compie il salto decisivo per la sua carriera e per la storia del volley italiano, passando dalla panchina di Jesi, in A2, a quella della corazzata di Modena, la Panini, con cui dominerà il quadriennio seguente, vincendo quattro scudetti consecutivi (1986-89), tre Coppe Italia (1986, 88 e 89) e una Coppa delle Coppe (1986) e consacrando alcuni futuri azzurri-chiave, come Andrea Lucchetta, Lorenzo Bernardi (che convince a cambiare ruolo, da palleggiatore a schiacciatore) e Luca Cantagalli. Nell’89, come detto, Velasco prenderà la guida della nazionale maggiore, una squadra che sostanzialmente non ha mai vinto nulla (ad eccezione del ’78 e del bronzo olimpico a Los Angeles ’84, ma erano assenti i sovietici e tutte le nazioni dell’Est Europa), e la porterà in due anni sul tetto del mondo. L’argentino diventerà ben presto un personaggio mediatico capace di travalicare gli angusti confini della pallavolo, grazie al suo straordinario carisma, alla lotta feroce contro “la teoria dell’alibi” degli atleti latini (secondo cui la sconfitta è sempre colpa di qualcun’altro o di qualcos’altro) e ad alcune famose espressioni, prima tra tutte quella degli “occhi della tigre e non della mucca” che voleva vedere nei suoi giocatori. Il suo esordio sulla panchina azzurra è datato 26 maggio 1989, in un’amichevole vinta 3 a 0 sulla Spagna, ma da lì a quattro mesi sarebbe arrivato il primo vero banco di prova: gli Europei in Svezia.

CONTINUA

Alexander Skiba

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Gianluca Puzzo

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