Il dono di Alan e dei suoi compagni

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Quando sei adolescente, lo sport è l’unico binario nel quale diventa superfluo ascoltare qualsiasi parere altrui. Lo ammiri, il sangue ribolle e prendi la decisione.
Quando diventi adulto, lo sport può aprirti scenari imprevisti come il dover trasferirsi in un’altra città, un nuovo posto dove comprare casa e mettere su famiglia.
Ma quando ti chiami Alan Ruschel, lo sport è l’unica ragione per cui continuare a vivere.

Il difensore brasiliano (28 anni tra pochi giorni) della Chapecoense, insieme ai compagni Neto e Follmann (al quale venne amputata la parte inferiore della gamba destra per le ferite), è tra i sei superstiti della tragedia aerea, in cui persero la vita 71 dei 77 passeggeri a bordo, nell’occasione della trasferta a Medellìn (Colombia) per disputare l’andata della finale della Copa Sudamericana, equivalente alla nostra Europa League.

Nei giorni scorsi, per lui, il ritorno al calcio giocato al Camp Nou di Barcellona nel Trofeo Gamper, manifestazione amichevole dove i blaugrana invitano un’altra squadra per onorare la memoria del fondatore del loro fondatore, Hans Gamper.
Maglietta speciale per l’occasione, con 71 stelle verdi (una per ogni vittima) su uno sfondo bianco e la scritta alla base della maglietta “Somos Todos Chape” in un’atmosfera a dir poco commovente.
Ruschel è tornato a giocare proprio in quest’occasione con la fascia di capitano, mentre Neto e Follman hanno dato il calcio d’inizio; ininfluente per una volta il risultato sportivo (vittoria Barca per 5-0).

Nel prossimo futuro, ci auguriamo che questa commovente storia possa essere d’ispirazione per libri o film che ne possano raccontare l’accaduto alle generazioni future. Intanto, ad Alan e ai suoi compagni il dono di portare sui prati verdi la storia dell’inevitabile e di quella squadra che in pochi anni, partendo dalle divisioni inferiori, raggiunse i massimi livelli del calcio sudamericano.

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Andrea La Rosa

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