Il giorno in cui sono diventato tifoso dei Vikings

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Un nostro lettore, a Minneapolis per le festività natalizie, è andato allo US Bank Stadium per assistere dal vivo al match tra Minnesota Vikings e Chicago Bears, ultima giornata della regular season NFL. Ecco il suo racconto, affascinante e al tempo stesso amaro (per l’improponibile paragone con i nostri stadi), di quella giornata per lui indimenticabile.

Il campo dello US Bank Stadium visto dalla postazione del corno (a sx)

Lungo i viali di Minneapolis c’è tanta neve, il mio telefono indica la temperatura di -4; abbiamo parcheggiato in uno dei tanti garage sotterranei e camminiamo seguendo tutte le persone vestite di viola. Una marea viola in effetti, un’onda che risale verso lo US BANK stadium. Sembrava più vicino, ma i vari isolati sono molto più grandi di quello che sembrano a prima vista, un’impressione che si sente in varie città americane. Bambini, adulti, famiglie, persone di tutte le età, tutti vestiti di viola, ci dirigiamo verso l’ultima partita di regular season: Minnesota Vikings vs Chicago Bears. Ci sono anche tanti tifosi dei Bears, anche loro con le casacche della loro squadra.
Finalmente si arriva nei pressi dello stadio, che da fuori sembra una gigantesca nave vichinga futurista. Sulla fiancata della nave un megaschermo al led con i due caschi delle due squadre che si scontrano e le scritte Go Vikings.
Ci sono stand per farsi fare i colori della squadre sul viso, stand di merchandising, stand per mangiare (tantissimi), stand per tutto ciò che ti possa venire in mente di poter fare all’interno di uno stadio.
La fila scorre veloce, controllano i biglietti sul telefono con un lettore laser ti fanno togliere cappuccio e cappello e passare un metal detector, e finalmente ti addentri nel ventre della nave.
La prima cosa che ti colpisce è il brusco cambiamento di temperatura: lo stadio è riscaldato ed è una sensazione piacevolissima.
Ci sono un sacco di steward con la pettorina gialla che ti guidano, monitor con le indicazioni chiarissime, sembra di stare in un aeroporto. Saliamo il primo anello e ci soffermiamo subito nei pressi del famoso corno che risuonerà prima della partita: lo steward vede che siamo stranieri, apre la transenna e ci fa affacciare dalla postazione, chiede se vogliamo delle foto (certo che le vogliamo!), le scatta e ci saluta con Go Vikings! Nei corridoi che ci conducono al piano ancora superiore c’è un’orchestrina che suona swing, altri steward, altri negozi della squadra. Una bacheca con cimeli vecchi e recenti dei Vikings (acquistabili), una vetrina in cui c’è scritto cosa sarà disponibile dopo questa partita (un casco, un pallone, due casacche da gioco, una felpa, tutto firmato dai giocatori che li indosseranno). Ovviamente anche questo acquistabile. Arriviamo al nostro anello ed una hostess ci guida ai posti, ci sono molti tifosi dei Bears intorno a noi, un sacco di bambini che mangiano, tranne uno che già dorme.
Sui megaschermi passano immagini di partite vecchie, teaser della partita che sta per cominciare, video di un soldato americano in Afghanistan che saluta la famiglia tifosa dei Vikings. Ogni tanto un Football Trivia e qualche ex giocatore che dice cosa aspettarti dalla partita.
Mancano 10 minuti ed appare il conto alla rovescia per il kick off. Il clima cambia, comincio a sentire una certa emozione. Mi chiedo perché; sono tifoso della Roma, dell’Arsenal, della Union Berlin, dei San Francisco Giants, dei Boston Celtics. Perché mi sta salendo l’Hype per questa partita?
Riprendono i giocatori nello spogliatoio, primi piani, sono concentratissimi. Inquadrature degli occhi degne del miglior western di Sergio Leone. Entrano i Bears e cominciano a prendere possesso del loro lato di campo, il punter si scalda, i quarterback pure, con due assistenti. Applausi dei tifosi Bears presenti, nessun fischio (mi avevano detto che è una squadra con cui c’è una grande rivalità, seconda sola a quella con Green Bay). Manca poco ormai ed io sono emozionatissimo.

La musica comincia a salire di volume e i vari schermi a led intorno ad ogni anello, cominciano ad illuminarsi. All’improvviso entra una nave vichinga, si alzano tutti in piedi (io pure) con il drago davanti che spara fumo dalle froge del naso. Si apre la nave ed entrano correndo portando le bandiere, ognuna delle quali ha una lettera che compone la scritta Go Vikings. Ovunque lampeggia SKOL, un po’ il grido della squadra. Subito dopo fuochi d’artificio (all’interno dello stadio, ovviamente chiuso) ed entrano in mezzo al fumo i Vikings, in un boato generale. Mi scopro che faccio parte di quelli che urlano ed applaudono e mi dimentico di fare il video col telefono (meno male).
I giocatori vengono tutti sotto al corno: alcuni si inginocchiano, alcuni pregano. Concentratissimi.
Un ex giocatore suona il corno e lo stadio esplode con l’urlo dei vichinghi, diventato famoso al grande pubblico vedendo la nazionale islandese di calcio.
Inizia la partita e la cosa che più mi impressiona, è la mancanza di tempi morti: le squadre entrano ed escono velocissime dal campo, ogni mini pausa è occupata da qualche cosa (cheerleader, tamburi, veterani, mascotte, ecc). Non c’è un secondo di sovrapposizione, non c’è un secondo di “nulla”. Comincio a pensare al regista di questa coreografia e rimango affascinato dalla perfetta sincronizzazione di tutti i partecipanti a questo spettacolo. Ogni tanto il tabellone incita il pubblico a superare il Wall of Sound, ed allora tutti urlano, tifosi dei Vikings e dei Bears, e vengono mostrati i decibel raggiunti. Un continuo via vai di cibi e bibite di dimensioni abnormi accompagna lo scorrimento della partita, il geyser sound torna e ritorna, scalda gli animi ed i tifosi. Applausi accolgono ogni aggiornamento del tabellone sui Packers che stanno perdendo. La partita finirà con la vittoria dei Bears a pochi secondi dalla fine, dopo che erano stati rimontati a 2 minuti dalla fine; i Vikings accederanno comunque alla Wild Card ed il pubblico sfolla salutando i tifosi dei Bears che si incrociano con “see you in the playoffs” (i Bears non si sono qualificati). Fuori ci aspetta Minneapolis, temperatura -7 ed un ordinato deflusso verso casa. Mi avvio all’uscita con la sensazione di aver assistito ad uno spettacolo enorme, la partita è (quasi) un dettaglio rispetto all’esperienza. Mi chiedo se gli sport minori potrebbero (DOVREBBERO) imparare a costruire un’esperienza che tenga coinvolto il pubblico, ad utilizzare il marketing sportivo con serietà ed a trattarlo più come una scienza che come folklore prettamente americano. Mentre guidiamo verso casa, mi vengono spontanei i paragoni con il calcio a Roma, la via crucis per raggiungere lo stadio, il calvario per entrare, il clima esasperato, la non fruibilità dei pochi servizi. Sono entrato in quello stadio con tanta curiosità, simpatizzante dei Seahawks e perplesso sull’impatto dello spettacolo dello sport americano sul “cinismo” di un europeo, ancora più perplesso in quanto italiano, e romano. Ho imparato che si chiamano Vikings perché la maggior parte della popolazione del Minnesota ha origini scandinave, gli emigranti cercavano una terra che gli ricordasse casa. Che i Lakers (che hanno gli stessi colori) erano originariamente del Minnesota (la terra dei mille laghi) e mi spiego il perché di quel nickname che non c’entra nulla con Los Angeles. Ne sono uscito con una sorta di epifania sportiva, contento di essere stato un tifoso-cliente (definizione tabù per molti in italia) e pronto per tifare, con partecipazione emotiva stavolta, i Vikings in questi playoff 2020.
Skol!

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Davide Garzia

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