Kings e Bruins, analisi della caduta degli dei

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Bruins-eliminati_postEra dal 2007, protagonisti in negativo i Carolina Hurricanes, che i detentori della Stanley Cup non mancavano la qualificazione ai playoff della stagione seguente. Ma che fallissero contemporaneamente i campioni in carica e i dominatori della precedente regular season si perde davvero nella notte dei tempi della NHL. Ora, però, che la fallimentare stagione di Los Angeles Kings e Boston Bruins è certificata (ma non certo archiviata), non ci si può esimere dall’andare a scavare tra le pieghe dei fatti e dei numeri per provare a spiegare come mai due corazzate simili, per qualità, esperienza e carattere, abbiano fallito anche l’obiettivo minimo stagionale.

Per onor di carica partiamo dai Kings. Due, a mio parere, le cause principali della loro esclusione: la scarsissima percentuale di vittorie oltre i tempi regolamentari (quindi in overtime o agli shootout) e il pessimo rendimento lontano dallo Staples Center. Quando sono stati costretti ad andare oltre i tre tempi, i Kings hanno quasi sempre finito per perdere: 1 vittoria e 7 sconfitte nel supplementare, 2-8 agli shootout, in cui hanno fatto registrare il disastroso dato di 5 reti realizzate su 35 shootout tentati. 15 sconfitte tra overtime e shootout sono secondo dato peggiore dell’intera NHL, dietro le 18 dei Flyers. Anche i numeri in trasferta parlano chiaro: una squadra che ambisca alla postseason non può permettersi 18 sconfitte fuori. Simbolo di questo rendimento a due facce è Anze Kopitar, tanto per citare uno dei nomi più celebri dell’attacco californiano: 39 punti in 40 partite casalinghe, solo 25 in 42 gare esterne. A queste cause tecniche si è aggiunta, va detto, una buona dose di sfortuna, sotto forma di una catena di infortuni che ha perseguitato molti giocatori chiave lungo tutta la stagione: gli stop di Martinez, Regehr, Sekera, Pearson, più la sospensione per 6 gare di Voynov per violenze domestiche, hanno accorciato il roster dei Kings, abbassandone contemporaneamente la qualità e costringendo coach Sutter a spremere alcuni uomini più del dovuto, Quick e Doughty su tutti, che hanno finito per rendere al di sotto dei loro standard proprio a causa del sovraccarico di minutaggio sul ghiaccio.

Ma se L.A. piange Boston non ride, citando un antico motto greco. Quello dei Bruins è stato il cedimento collettivo di un gruppo forse fin troppo spremuto dagli anni, ma che con un minimo di lucidità in più avrebbe comunque potuto salire almeno sul treno dell’obiettivo minimo stagionale, i playoff. Il 10 marzo, a un mese dalla fine della regular season, i Bruins avevano 7 punti di vantaggio sugli Ottawa Senators; d’accordo, i canadesi sono stati protagonisti di uno straordinario rush finale, ma Boston, con l’esperienza e la qualità che aveva nel roster, non avrebbe dovuto sgretolarsi in quella maniera, terminando 3 punti dietro. Cedimento collettivo, quindi, ma generato dal calo di rendimento difensivo, un calo che si è poi portato dietro, a valanga, anche l’attacco. I Bruins di Claude Julien, storicamente, hanno un gioco basato sulla difesa inscalfibile e sulle fulminee ripartenze; nel momento in cui la difesa ha iniziato a subire, l’attacco si è trovato a dover fare la partita contro difese schierate, ed è andato in difficoltà. Bergeron e Marchand hanno vissuto due splendide stagioni, segnando 23 gol a testa, ma non sono bastati, visto che intorno a loro i numeri dei vari Smith, Soderberg e Kelly sono calati sensibilmente. Quanto alla difesa, davanti all’intoccabile Tuukka Rask credo andrà ritoccato sensibilmente il roster, giunto in molti elementi al calo fisiologico dovuto all’età e al logorio (vedi capitan Chara, 38 anni).

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Gianluca Puzzo

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