La salita di Marco

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Andrea La Rosa e Gianluca Puzzo, due modi di raccontare e ricordare cos’era per noi Marco Pantani a 13 anni dalla sua scomparsa, nel primo post a quattro mani della storia di Sport One. E non avremmo potuto farlo per nessun altro.

Sono trascorsi tredici anni eppure sembra ieri, quando leggemmo la notizia che Marco Pantani se n’era andato.
Sorvolando sui processi, ci preme invece raccontare il lato sportivo e l’insegnamento lasciatoci da questo grande sportivo di cui sentiamo davvero la mancanza.
Professionista dal 1992 al 2003, nonostante numerosi infortuni, il “pirata” Pantani, soprannome dovuto all’uso di una bandana nelle corse, durante la sua carriera ottenne 46 vittorie, culminate dall’inarrivabile bis datato 1998, in cui vinse sia il Giro d’Italia che il Tour de France, il primo italiano a riuscirci dopo Coppi.

E come Coppi, Pantani faceva battere il cuore agli italiani, che durante le tappe di montagna annullavano qualsiasi tipo di appuntamento.
C’era Pantani e con lui la palpitazione nell’attendere quello scatto che avrebbe bruciato qualsiasi avversario senza lasciargli scampo.
Quando c’erano le salite tutti sapevano della sua supremazia, così dopo piccole progressioni, all’aumentare della pendenza stradale e dopo aver gettato la bandana utile a coprire la sua pelata, ecco la rasoiata.
Lui è consapevole che se puoi vincere, devi farlo.
Il caldo, il sudore, l’acido lattico e il pirata che sui pedali, si allontanava sempre più.
Ingredienti fatali per qualsiasi avversario, distrutti psicologicamente senza sapere ancora fino a dove potrà spingersi Pantani.

“Scatta Pantani” esclamava il telecronista, col conseguente aumentare del volume televisivo, progredivano gli scatti a ripetizione e i continui allunghi, dove su quei pedali oltre al proprio talento, scaricava debolezze e certezze di qualsiasi uomo.
Lui e la bicicletta una cosa sola.
Commovente.
Solo il vento avrebbe potuto tenergli testa.

Era fatto così, sulle salite, laddove gli altri faticavano, lui sembrava una piuma.
Il ricordo di un grande ciclista, il più forte scalatore di tutti i tempi, icona delle dure lotte quotidiane di qualsiasi mortale.
Nei problemi, nelle malattie, nel lavoro, in qualsiasi difficoltà, bisogna sempre andare più forte proprio per abbreviare il dolore relativo di quella sofferenza.
Andrea La Rosa

Due date, due coincidenze indimenticabili mi legano a Marco Pantani, più delle lacrime versate davanti al televisore durante le sue gare, di gioia incontenibile quando staccava tutti, di umano e profondissimo dolore quando la sua corsa finiva in un’ambulanza, come la Milano-Torino. Due date e due coincidenze, dicevamo. 5 giugno 1999 e 14 febbraio 2004: il giorno della sua morte sportiva, quando venne squalificato dal Giro mentre era in maglia rosa, e il giorno della sua morte fisica. Due maledettissimi giorni in cui ero all’estero, lontano e felice, prima di essere colpito vigliaccamente dalle vicende del Pirata.

Il 5 giugno 1999 arrivavo a Buenos Aires per la mia prima trasferta come addetto stampa della nazionale maschile di pallavolo. Ero eccitatissimo e angosciatissimo al tempo stesso: lavoravo accanto ad alcune delle leggende della mia gioventù ma volevo anche dimostrare di poter reggere quel ruolo per tre settimane consecutive, in Argentina prima e in Canada poi, per quattro partite di World League da vincere a tutti i costi. Il viaggio era stato interminabile, scomodo, con la sola compagnia nottambula di Mastrangelo e Gravina a spasso per i corridoi dell’aereo finché le hostess, stanche del nostro essere insopportabilmente ingombranti, ci avevano obbligati a star seduti. L’arrivo in hotel, le prime incombenze professionali e poi accendo la tv, trovo Rai International e la notizia era la squalifica di Pantani. Lo avevo lasciato ventiquattro ore prima con il Giro in mano, pronto a bissare quello del ’98, padrone della montagna e della corsa. E ora lo vedevo andar via scortato dai carabinieri, a Madonna di Campiglio, improvvisamente invecchiato di dieci anni. Non ci credevo e confesso che in quella stanza d’albergo dall’altra parte del mondo, non capii che la sua carriera era finita lì.

Stessa, maledetta storia il 14 febbraio 2004. I miei fratelli “nordisti”, Davide e la Baby, con il loro gruppo di amici mi smuovono convincendomi a seguirli, anche da single, nel loro viaggio di San Valentino a Praga. Arriviamo in una città ovviamente gelida, vista la stagione, ma splendida e accogliente. Nella hall dell’hotel c’è un’edicola, nella rastrelliera c’è l’ultima copia della Gazzetta dello Sport: la foto a tutta pagina ritrae l’inconfondibile sagoma del Pirata in bicicletta, di spalle. Il titolo, “Se n’è andato”, non lascia spazio a equivoci. Prendo il giornale, lo leggo in camera; di nuovo quel senso di distanza, di dolore, di impotenza. Di nuovo quel colpo da lontano, come se Pantani avesse dovuto avvisarmi prima di andarsene in quel modo, solo in una camera d’albergo a Rimini ad affrontare la sua ultima salita. E di nuovo le lacrime, vigliacche, per l’unico, indimenticabile Pirata.
Gianluca Puzzo

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Andrea La Rosa

2 commenti

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  • Due modi per ricordare, anzi per non dimenticare, Marco Pantani il più grande scalatore di tutti i tempi. Le sue imprese mi hanno emozionato e ancora oggi, rivedendo i filmati, continuano a trasmettermi la gioia di vivere e la bellezza dei suoi movimenti al momento dello scatto decisivo. In una intervista a Induran il giornalista domandò: cosa fa quando scatta Pantani? Risposta: giro la testa dall’altra parte, preferisco non vedere come va via imprendibile. Grazie e complimenti a Gianluca e Andrea per il bellissimo articolo.

Andrea La Rosa

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