Lou Gehrig, il campione condannato due volte

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GehrigMi sono imbattuto casualmente in un trafiletto di pochissime righe sul sito della MLB, dove si ricordava che il 19 giugno Lou Gehrig avrebbe compiuto 110 anni, essendo nato lo stesso giorno del 1903. E’ bastato tanto poco per riportarmi alla memoria quanto ho letto su questo campione dalle vicende tanto vincenti prima, e tanto drammatiche poi. La foto qui accanto non è sgraffignata da internet, una volta tanto, ma l’ho scattata io: è la targa dedicata a Gehrig nel museo del nuovo Yankee Stadium, posata sotto l’icona del suo leggendario numero 4, il primo numero di maglia mai ritirato nella storia della Major League.

Nato a New York, trascorre con la maglia degli Yankees tutte le 17 stagioni (1923-39) in Major League che compongono la sua carriera. Prima base mancino, Gehrig ha nella straordinaria consistenza e continuità di rendimento le sue migliori qualità, caratteristiche che si integreranno perfettamente con quelle della stella di prima grandezza dei Bronx Bombers di quegli anni, Babe Ruth. Il record che meglio fotografa Gehrig è quello delle partite consecutive giocate, 2130, un primato costruito senza saltare una sola gara dal 1925 fino al ’39, fino al momento, cioè, in cui entra nella stanza del suo allenatore, Joe McCarthy, per chiedere di essere messo fuori, per non essere un peso per la squadra. Da quel giorno, il 2 maggio 1939, Gehrig non giocherà mai più, condannato a spegnersi sempre più dolorosamente da un male a quel tempo misterioso e incurabile, la sclerosi laterale amiotrofica, che dopo la sua morte, avvenuta solo due anni più tardi, prenderà appunto il nome di “morbo di Gehrig”. Il suo record gli sopravviverà a lungo, venendo superato solo nel 1995 da Cal Ripken jr.

I numeri offensivi della carriera di Gehrig, pur guastati dall’ultimo anno e mezzo giocato in condizioni fisiche molto precarie, rimangono ancora oggi strabilianti: media battuta 340, media di arrivo in base 447, 1995 punti battuti a casa (con 8 stagioni di fila oltre quota 120), 1888 punti segnati, 2721 battute valide, 493 fuoricampo (con un record di 4 battuti in una sola gara nel ’32) e 23 grand slam (record eguagliato da Alex Rodriguez nel 2012). Con gli Yankees vince 7 volte le World Series (’27, ’28, ’32 e 4 di fila dal ’36 al ’39), 2 premi di MVP (1927 e ’36); sempre convocato nelle prime 7 edizioni dell’All Star Game (dal ’33 al ’39), nel 1934 si aggiudica addirittura la Triple Crown, vincendo nello stesso anno le classifiche di media battuta, fuoricampo e punti battuti a casa. Tutti questi numeri, però, non riusciranno mai a fare di Gehrig il faro di quegli Yankees: un passo davanti a lui, meno continuo ma ancor più devastante nelle giornate di vena, troverà sempre Babe Ruth, il campionissimo, che lo condannerà a un eterno, seppur brillantissimo, ruolo di gregario. Perfino un’altra sua straordinaria stagione, quella del ’27, che Gehrig chiuderà con numeri sfavillanti (373 di media battuta con 47 fuoricampo, 175 punti battuti a casa e un’incredibile media bombardieri di 765) passerà praticamente inosservata sui giornali, accecati dal roboante record di 60 fuoricampo del solito Ruth.

Lou Gehrig verrà inserito nella Hall of Fame già nel 1939, il secondo più giovane di tutti i tempi dopo Sandy Koufax, e a ricordarne la storia ci penserà anche Hollywood, che affiderà a Gary Cooper l’onore di reincarnarlo ne “L’idolo delle folle”. Troppo poco davvero, per un campione così grande, così umile e così sfortunato.

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Gianluca Puzzo

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