Masterpiece, caccia allo scrittore o al caso umano?

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Masterpiece_postDeroga televisiva dai consueti argomenti di Sport One causata dalla prima puntata di Masterpiece, talent show di Rai Tre dedicato alla ricerca di nuovi scrittori, andata in onda domenica in tardissima serata.

Premetto candidamente di aver provato a parteciparvi, senza alcun successo ma finendo tutto sommato per farmene una ragione: con 5 mila partecipanti, riuscire a entrare in un pugno di (quanti? venti?) eletti era quasi come vincere alla lotteria e, non avendo io mai vinto alcun tipo di sorteggio da tempo immemore, capirete come i numeri non fossero propriamente dalla mia parte. Avevo però una certezza: che potendo scegliere tra 5 mila manoscritti, Masterpiece avrebbe proposto talenti davvero interessanti. Questa curiosità mi ha tenuto davanti alla tv fino a mezzanotte suonata, domenica, prima di andarmene a letto annoiato, deluso e arrabbiato.

Prescindendo inizialmente dai concorrenti, da un punto di vista televisivo la trasmissione scimmiotta clamorosamente i talent più famosi, da XFactor nella post produzione a Master Chef nella voce fuori campo e nell’atteggiamento della giuria. Di Carlo che strappa i fogli in faccia ai concorrenti (pur essendo quella la destinazione più nobile che si potesse concedere alle due agghiaccianti “lettere”…) è la parodia dei giudici di Master Chef che tirano i piatti dietro agli aspiranti cuochi: sembra diventato impossibile, per i giudici della tv, indirizzare i loro concorrenti verso un altro mestiere senza ricorrere a queste sceneggiate. Masterpiece si proponeva comunque come una novità nel panorama asfittico della tv italiana, fatto già di per sé eccezionale: perché farlo subito cadere nel déjà vu?

E veniamo ai concorrenti, cui è dedicato lo strepitoso murales della foto. Sia chiaro, loro non hanno colpa, la mia rabbia è verso chi li ha scelti. Ognuno è quello che è, ha i propri gusti, il proprio stile, i propri interessi e deve sentirsi libero di esprimerli, più che mai in campo artistico, ma sulla scelta dei concorrenti visti nella prima puntata aleggia, fortissima, la puzza di “caso umano a tutti i costi”. Non si è guardato alla qualità dei romanzi (molti dei quali scritti per niente bene, come si deduce dai commenti stessi della giuria) né alla creatività che c’era dentro, ma si è badato innanzitutto al sensazionalismo che di portavano dietro. Quasi tutti romanzi autobiografici, quelli selezionati, prodotti tipici, tra l’altro, degli scrittori della domenica, che raccontano le vicende degli unici protagonisti in cui sono in grado di calarsi: loro stessi.

Ne consegue, secondo quanto mostrato da Masterpiece, che per diventare scrittori sia requisito indispensabile l’aver avuto una vita difficile. Che sia la battaglia contro l’anoressia, un tentativo di suicidio, due genitori intenti a tirarsi i piatti, l’onanismo come scelta esistenziale o un po’ di galera alle spalle non fa differenza, l’importante per chi ha fatto le selezioni era mandare in video una sfilza di casi umani, buoni per l’audience e per la solita tv dei buoni sentimenti, dove chi era al buio si riscatta scrivendo e magari viene illuso di essere diventato un grande scrittore. Persone dalle normali storie di vita, per quanto dotate di grande creatività e stile, non fanno alzare gli ascolti, sorry. Il bluff, però, salta subito fuori, non appena ai concorrenti viene chiesto di improvvisare su un argomento a sorpresa: le lettere dal centro di “don Rambo” di cui sopra non meritano neppure una riga di questo post, mentre quelle dalla balera sono appena meno peggio. La dimostrazione più lampante di quanto sia difficile inventarsi un altro sé, calarsi in altri panni, in altri contesti lontani dal proprio vissuto.

Una deludente sceneggiata, questo Masterpiece, insomma. Deludente per chi l’ha guardata e un po’ umiliante per chi l’ha vissuta, mostrando la propria pochezza creativa. Per la cronaca, il vincitore della puntata si chiama Lilith, come la moglie di Tex Willer, ma non è una squaw navajo bensì un ragazzone che, a furia di parlare di “sangue e puzza di piscio”, mi ha tanto ricordato il fantastico (quello sì) scrittore Thomas Prostata, “pulp, molto pulp, pure troppo”, interpretato da Bebo Storti negli anni d’oro di Mai dire gol. Ecco, a pensarci bene, è questa la maggior colpa di Masterpiece: ambiva a fare nuova televisione ed ha finito per farci rimpiangere, una volta di più, la vecchia.

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Gianluca Puzzo

Un commento

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  • Me ne hanno parlato. Risultato: la solita Rai, vecchia e inconcludente, buona soltanto a pretendere il canone.

Gianluca Puzzo

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