Storia di un ragazzo e del poeta che gli insegnò a volare

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vecchioni_postHo pensato subito che la notizia che Roberto Vecchioni fosse uno dei tre cantautori candidati al Premio Nobel per la Letteratura 2013 meritasse uno dei rari excursus che questo blog si concede. E’ una candidatura sorprendente e certamente non da favorito, visto che, rimanendo tra i cantautori, i suoi rivali sono due “mostri sacri” della canzone d’autore come Bob Dylan e Leonard Cohen, ma già il solo fatto che qualcuno, a Stoccolma, abbia ritenuto Vecchioni in grado di competere con due straordinari artisti come Dylan e Cohen mi riempie di gioia. Gioia non partigiana, sia chiaro, ma intima, profondamente personale, perché Vecchioni ha avuto una parte decisiva nella mia formazione culturale.

Il ragazzo del titolo di questo post, ovviamente preso in prestito da Sepulveda, sono io, intorno ai diciotto anni. Non ricordo neppure il mio primo incontro con la musica di Roberto Vecchioni, ricordo solo che fu un fulmine a ciel sereno ascoltarla. Uscivo dal liceo, dagli anni in cui i grandi classici della letteratura si finisce per odiarli, anni in cui i nomi di grandi poeti e scrittori sono solo fonte di ore di studio, di ansie, di interrogazioni, di voti. Ti scivolano addosso con un senso di oppressione, prima, e di liberazione, poi, ma quasi sempre senza lasciare un grammo della loro arte, al punto che non avrei nemmeno saputo elencare i miei preferiti, e tutto ciò non necessariamente per colpa degli insegnanti. Se è facile trasmettere le nozioni, infatti, diventa al contrario complicatissimo instillare negli studenti la BELLEZZA delle parole, in poche ore, con programmi preistorici (ricordo che ai miei tempi non si arrivava neppure a Montale), compiti in classe, scioperi, occupazioni, assenze e così via. Quel ragazzo che aveva sempre adorato la lettura e che scribacchiava confusamente i propri pensieri, si accingeva ad iniziare l’università con un po’ di nozioni in testa ma senza aver mai avuto nessuno che gli avesse fatto assaporare la bellezza delle parole.

Fu lì che arrivò Roberto Vecchioni, con la sua voce normale, le sue rughe da “bandolero stanco”, la sua giacca sempre un po’ stazzonata da professore che si è alzato alle sei del mattino per un milione al mese (quale in effetti era). Iniziò a parlarmi di Verlaine, Rimbaud, Velasquez, Tolstoj, Euridice, Pessoa, Mann, Alessandro Magno e Alda Merini; mi raccontò di stazioni di treni in Siberia, di viaggi verso Samarcanda o intorno a Milano o nei canali di Venezia, dell’allegria degli ippopotami, di campi di battaglia intrisi di sangue, di amori per donne adulte e bellissime. Mi fece capire che dietro quei nomi apparentemente troppo grandi, troppo lontani, troppo legati a voti e pagelle c’era qualcosa di meraviglioso. Ma quello che finì per far germogliare l’amore incondizionato del ragazzo verso il suo poeta fu il modo di raccontare queste storie: diretto, appassionato, rabbioso, con l’incredibile capacità di essere poetico e comprensibile al tempo stesso, senza salire su un eremo a pontificare, come diversi altri cantautori hanno finito per fare. Parlare ai giovani, scrivere di loro e per loro, i suoi studenti, le sue ragazze (anche quando “hanno vent’anni in più”), i suoi “comici spaventati guerrieri”: è quello che Vecchioni ha fatto per una vita, e che fosse dietro una cattedra di liceo o un microfono non ha mai fatto differenza.

Dopo cento ascolti, ognuno dei quali denso di richiami, poesia e bellezza, il ragazzo ha ripreso in mano molti di quei libri in passato tanto odiati, scoprendo che c’era della bellezza nascosta tra le pagine di molti di essi e mettendo in moto una passione che non si è mai più sopita. E le parole di Vecchioni sempre lì con lui, mentre il ragazzo diventava uomo e i pensieri confusi si facevano pian piano parole e da lì lettere d’amore (perché solo chi non ne ha mai scritte “fa veramente ridere”), poesie, racconti, romanzi, arrivando perfino a unire due anime nel loro primo incontro. Ripensandoci, un Nobel mi pare anche poco per tutto questo.

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Gianluca Puzzo

Un commento

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  • Incontrarsi inaspettatamente in una poesia di Alda Merini citata da Vecchioni! In quel momento siamo iniziati. Per me il Nobel l’ha già vinto!!!

Gianluca Puzzo

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