“The Beast Quake”, la corsa che fece tremare Seattle

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Si è ritirato giusto un anno fa, lasciando un segno indelebile nella NFL; non è il miglior running back di tutti i tempi, né statisticamente né stilisticamente, ma nessuno sapeva rompere i placcaggi come lui, inserendo quella che veniva ironicamente chiamata la “Beast Mode”, la “modalità bestia”, con una forza che gli consentiva di spazzare via i difensori come fuscelli. Parliamo di Marshawn Lynch, straordinario rb dei Seattle Seahawks, e dell’impresa che più di tutte lo rappresenta: la cosiddetta “Beast Quake”, il “terremoto della bestia”.

È l’8 gennaio 2011, siamo al Qwest Field di Seattle, dove i Seahawks affrontano i New Orleans Saints nella Wild Card della NFC, partita senza domani per proseguire la corsa nei playoff. Il pronostico è totalmente sbilanciato dalla parte dei Saints, campioni uscenti, costretti alla Wild Card malgrado un record di 11-5, mentre Seattle ha agguantato quell’ultima spiaggia un po’ fortunosamente, avendo maturato addirittura un record negativo di 7-9.

La realtà del campo, però, mostra dei Seahawks pienamente all’altezza, trascinati dal loro eccezionale e rumorosissimo pubblico e da quella difesa che, da lì a un paio di stagioni, si guadagnerà l’etichetta di “Legion of Boom”. In cabina di regia non c’è ancora quel fenomeno di Russell Wilson, bensì Matt Hasselbeck, qb talentuoso e di lungo corso che dieci anni prima aveva condotto Seattle al Super Bowl poi perso contro Pittsburgh, quindi il gioco poggia molto sulle corse di Marshawn Lynch. Seattle passa a condurre fin dall’inizio, fino ad un massimo di +14 sul 34-20 a metà del terzo periodo, ma i Saints sono una squadra matura e tenace, e possono contare sul braccio potentissimo di Drew Brees per muovere la palla velocemente. Rimontano dapprima sul 34-27, poi ancora sul 34-30, con 4’20” ancora da giocare nel quarto e ultimo periodo. La palla è di Seattle, che ha l’imperativo di segnare e, contemporaneamente, bruciare più tempo possibile sul cronometro, per togliere chance ai Saints. La prima azione del drive è per Lynch, che viene però fermato senza guadagno; siamo quindi al secondo e 10, sulle 33 yard difensive di Seattle, con 3′ 38″ sul cronometro.

I Seahawks sono schierati con una classica “I-formation” e giocano ancora una corsa con Lynch, ma stavolta passano dai bloccaggi a zona a quelli a uomo. Dopo lo snap, la difesa sembra prendere il sopravvento: Dunbar spinge via il più leggero Carlson e ingaggia Gibson, che avrebbe dovuto aprire la strada a Lynch. L’azione sembra morta sul nascere, con il rb circondato da avversari e imbottigliato dietro il suo stesso bloccatore, ed è qui che Lynch ha l’intuizione del campione: abbandona lo schema designato e improvvisa, infilandosi tra Gibson e Robinson, suoi compagni, per liberarsi almeno del loro ostacolo. Da quel momento inizia una cavalcata impressionante, rimbalzando come una palla inafferrabile da un tentativo di placcaggio all’altro, sfilando sempre le gambe dall’abbraccio mortale degli avversari in tuffo. L’apoteosi arriva in campo aperto, quando Lynch, allargatosi verso la linea laterale destra, deve difendersi dall’arrivo di Tracy Porter, e lo fa con uno stiff arm di rara potenza che spiana a terra il suo avversario, mandando l’intero stadio nel delirio più assoluto, al punto che una stazione sismologica di Seattle registrerà in quei secondi dei dati simili a quelli di un piccolo terremoto, da cui il soprannome di “Beast Quake”.

La corsa di Marshawn Lynch si concluderà dopo 67 yard con un tuffo in end zone per il touchdown che, virtualmente, chiuderà la partita (finale 41-36 per Seattle), eliminando i campioni in carica di New Orleans. Non rimarrà comunque l’unica, visto che tre anni dopo, in una partita di regular season contro Arizona, Lynch realizzerà la 2.0, segnando con una corsa da 79 yard dopo aver spazzato via l’intera difesa dei Cardinals. Ma lì non si giocava a Seattle, quindi… niente terremoto!

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Gianluca Puzzo

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