“Band of brothers” e “The Pacific”, l’infinito dolore della guerra

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Band-of-Brothers_postPer chi non le conoscesse, “Band of brothers” e “The Pacific” sono due serie tv di 10 puntate ognuna, prodotte da Steven Spielberg e Tom Hanks per il canale via cavo statunitense HBO. Rappresentano una sorta di spin-off del film “Salvate il soldato Ryan”, diretto da Spielberg e interpretato da Hanks, anche se solo “Band of brothers” è ambientato sul fronte europeo della Seconda Guerra Mondiale mentre l’altro, come dice già il titolo, racconta le vicende di un gruppo di Marines impegnato sul fronte giapponese. Sono due produzioni colossali, con ricostruzioni ricchissime di mezzi e uomini e una regia che, pur cambiando in ogni puntata, utilizza molto la “camera a mano”, specialmente nelle fasi più cruente, arrivando a un risultato molto simile a quello del “soldato Ryan”.

Dopo molti binari paralleli, le due serie prendono strade diverse al momento della sceneggiatura. “Band of brothers” è centrata sulla Compagnia E (Easy) della 101.ma Divisione Aerotrasportata, quindi i suoi membri sono soldati che hanno scelto volontariamente di sottoporsi alla dura selezione per guadagnarsi lo stemma alato dei paracadutisti. La loro vicenda inizia già dai mesi di addestramento, alle prese col solito ufficiale carogna, per poi arrivare alla Normandia (non lo sbarco, ma il lancio dietro le linee nemiche), all’avanzata in Francia, all’inverno nelle Ardenne e, infine, in Austria nel “nido dell’aquila”, la faraonica residenza estiva di Hitler. E’ interessante notare come ogni puntata abbia un protagonista diverso, un personaggio comunque presente anche nelle altre puntate ma su cui la camera si concentra più che nelle altre fasi della serie.

Qui il percorso emotivo lungo cui viene condotto lo spettatore è irregolare, ma molto ben fatto. Una volta partita con pieno slancio l’invasione della Francia, si ha la precisa sensazione che la guerra sia ormai vinta, che l’onda alleata di uomini e mezzi non conosca più ostacoli fino a Berlino e che i nostri protagonisti debbano temere solo qualche isolata sacca di resistenza. Poi, però, arriva l’inverno, e con esso l’assedio di Bastogne, con i soldati bloccati nelle loro buche gelate, gli estremi tentativi di contrattacco da parte dei tedeschi. Il finale sembra scendere dolcemente verso il trionfo, con i soldati ora attenti a non lasciarci la pelle quando la fine della guerra sembra dietro l’angolo, perfino timorosi nell’eseguire le ultime operazioni belliche.

E’ in questo momento di quiete stabile, con i soldati e i loro ufficiali ormai presi dai progetti sul loro ritorno a casa, che una jeep in pattugliamento s’imbatte in un campo di concentramento, con i prigionieri incatenati all’interno dai loro carcerieri oramai in fuga. Non sorprendono le immagini, certo, ma sorprende il momento in cui queste arrivano, colpendo lo spettatore con una forza devastante, tanto più forte quanto la quiete che le precedeva. I paracadutisti rimangono sgomenti e devono perfino essere carcerieri a loro volta, quando si rendono conto di non avere alloggi disponibili per tutti quei prigionieri e per evitare che si sbandino nei boschi li richiudono dentro il campo fino al giorno successivo, in cui gli abitanti del paese più vicino, silenziosi testimoni di anni di massacri, vengono condotti al campo per ripulire e seppellire e vedere coi loro occhi quanto avevano scelto di ignorare o, peggio ancora, sostenere.

Diverso il percorso scelto dagli sceneggiatori di “The Pacific”, in cui, a parte una breve vicenda familiare, ci si trova subito catapultati nell’invasione di Guadalcanal, dove ad uno sbarco senza alcuna resistenza seguiranno invece ferocissimi combattimenti nella giungla, resi ancor più duri per i Marines dalla totale mancanza di rifornimenti. La tensione si allenta durante la licenza dei nostri a Melbourne, per poi tornare a livelli via via sempre più insostenibili (per i soldati, ma in parte anche per lo spettatore) durante le battaglie di Peleliu, Iwo Jima e Okinawa fino al momento del tanto sospirato ritorno a casa, successivo allo scoppio delle due bombe atomiche e alla susseguente resa giapponese.

Qui i soldati sono meno preparati, meno “professionisti”, rispetto ai paracadutisti di “Band of Brothers”, e le condizioni in cui combattono li logorano molto rapidamente, portandoli via via a una follia sanguinaria che richiama molto la pazzia delirante di molte figure di “Apocalypse Now”. Ragazzi della provincia americana, molti dei quali non avevano neppure mai visto il mare prima di quegli eventi, si ritrovano catapultati in un girone infernale lungo anni e denso di fango, piogge torrenziali, nemici determinati a lottare fino all’estremo sacrificio, insetti, umidità soffocante, agguati nella foresta e caldo torrido sui dorsi nudi delle montagne.

Giorno dopo giorno, isola dopo isola, notte insonne dopo notte insonne, “The Pacific” racconta innanzitutto lo sgretolamento di ogni loro umanità: lo spettatore arriva quasi a dimenticare il motivo per cui sono lì, il nemico che li attende dentro la foresta, nei tunnel scavati con incredibile perizia e sacrificio. Non esistono più regole, più freni di nessun genere, è una primordiale e sanguinaria corsa a uccidere più nemici possibile, nella folle convinzione che la loro eliminazione sia l’unico modo per uscire da quell’inferno, per riacquistare l’umanità di un tempo. Ma, è evidente, si tratta solo di un’illusione: quei ragazzi la vinceranno, quella guerra, ma le loro anime, le loro menti e i loro corpi saranno segnati ormai indelebilmente da quelle atrocità, viste, subite o commesse. E i più fortunati, i sopravvissuti, al loro ritorno a casa non troveranno solo gli abbracci di genitori e fidanzate, ma porteranno con loro anche l’insostenibile peso dei loro incubi, trascineranno ogni giorno l’infinito dolore di una guerra, di ogni guerra.

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Gianluca Puzzo

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