Bentornato Danie’, è ora di prenderti il presente

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Non del tutto inatteso è arrivato, ieri, l’esonero di Josè Mourinho da parte della Roma. Al suo posto, al timone di una squadra in crisi identitaria e di risultati, è stato chiamato Daniele De Rossi, bandiera del club seconda solo a Totti, “hombre vertical” se ce n’è uno, ma con esperienza quasi nulla in panchina. Basterà per risollevare le sorti dei giallorossi?

Come una valanga, che trascina con sé a valle tutto ciò che trova lungo la sua strada, così l’addio forzato di Josè Mourinho, esonerato ieri da allenatore della Roma, si è portato dietro un misto di sensazioni e pensieri contrastanti di difficile lettura, soprattutto per chi è anche emotivamente coinvolto, nella Roma e nelle due figure che si succedono, Mourinho e De Rossi. Sì perché, come ci auguravamo in un post del 2019 dopo il suo ritiro, che tra l’altro resta il più letto nei dieci anni di vita di questo blog, ieri è stato anche il giorno del grande ritorno di DDR, chiamato ad essere il successore dello Special One, con tutto ciò che ne consegue. In molti hanno parlato di mossa furba da parte della società, ma se ci si mette un attimo nei panni dei Friedkin era in realtà l’unica mossa possibile per scongiurare, o quantomeno limitare molto, la contestazione da parte dei tantissimi tifosi che sostenevano il portoghese al di là di tutto, del gioco, dei risultati, delle guerre che conduceva per sé e per la società. Tutti i migliori allenatori sono ovviamente occupati e, tra quelli liberi, Conte non avrebbe mai preso una squadra in corsa e poi chi altri? Igor Tudor? Un ex juventino? Allora sì che lo stadio sarebbe esploso. È stata una mossa furba, allora? Sì, certamente, ma non certo una mossa sbagliata, almeno sulla carta. Tant’è che da ieri si discute ferocemente, tra amici, sulle radio, sui social, non tanto sulla chiamata di De Rossi, quanto sull’esonero di Mourinho, amato da molti al limite dell’idolatria, mal sopportato da un piccolo zoccolo duro che già dalla scorsa stagione aveva iniziato a sottolinearne i limiti, suoi e della sua squadra. Ma cosa avrà spinto i Friedkin, il cui silenzio è oramai divenuto tombale, a convocare un martedì mattina qualunque, uno degli allenatori più famosi e vincenti del mondo per comunicargli di imballare le sue cose e liberare la scrivania? Per come conosco gli americani, oltre alla mancanza di risultati credo ci sia stato dell’altro. I risultati sono scadenti, inutile negarlo, sia sul piano pratico (nono posto in campionato, eliminati dalla Coppa Italia in un derby di rara bruttezza, costretti ai playoff di Europa League per non essere riusciti a vincere un girone largamente alla nostra portata) che su quello estetico, visto che la squadra costruisce pochissimo e, molto spesso, lo fa in modo casuale, su mischie, o su calci piazzati. Ma a Mourinho vanno concesse anche molte attenuanti, ad iniziare dalla modestia della rosa, anche a causa dei paletti del FFP, che pur rappresentando il terzo monte ingaggi della Serie A ha comunque delle lacune non indifferenti, sia in quantità che in qualità.

Soprattutto, allo Special One va riconosciuto il merito di aver riacceso l’amore della tifoseria, che tanto ama quel suo modo di scovare nemici ovunque, per ricompattare l’ambiente intorno a sé. Ma temo sia stata proprio questa, più che la carestia di risultati, la goccia che ha fatto perdere la pazienza ai Friedkin: il veder lentamente trasformare il brand che loro avevano acquistato, quello della squadra simbolo della Città Eterna, da esportare in tutto il mondo come il Colosseo e San Pietro, in una squadra sempre sull’orlo di una crisi di nervi, sempre sulle barricate, contro gli avversari che simulano, contro gli arbitri, contro i VAR, contro le tv e i loro opinionisti. Una sorta di “noi contro tutti” che, se fa impazzire il tifoso, fa arrabbiare chi invece quel brand deve valorizzarlo e venderlo, e anziché spiegare ai potenziali investitori e sponsor successi e margini di guadagno si ritrova a dover spiegare risse, espulsioni e polemiche continue. A Mourinho nessuno toglierà il merito della notte di Tirana e perfino anche di quella di Budapest, ignobilmente scippata da un arbitro incapace, dei tanti giovani lanciati e dei sold out costruiti col suo carisma, ma è doveroso addossargli anche le colpe e gli errori, nella scelta di alcuni giocatori, in una certa mancanza di evoluzione nel tempo, nel dover sempre tenere la barra controvento. E ora? E ora DDR, che non potrà certo cavar sangue dalle rape ma a cui si chiede di abbassare un po’ la temperatura di un ambiente schizofrenico, temperatura che inevitabilmente arriva fino alla squadra. Con un po’ di fortuna e con il recupero di qualche infortunato di lungo corso (di mercato nemmeno a parlarne), sperando di riconquistare un posto un po’ più decoroso in classifica e magari di proseguire oltre il Feyenoord nella corsa per l’Europa League. La sua esperienza come allenatore è pressoché nulla, qualche mese alla Spal in serie B e un’importante parentesi come assistente di Mancini in nazionale, ma Daniele ha dalla sua la perfetta conoscenza della società, dell’ambiente romano e romanista, un’intelligenza fuori dal comune e la consapevolezza di giocarsi un bivio forse decisivo per la sua seconda carriera, quello che distingue gli allenatori di categoria da quelli di Serie A e oltre. Insomma, quello che era Capitan Futuro ora dovrà prendersi il presente, un presente che inizia già sabato, in un match casalingo contro il Verona da tre punti obbligatori. Ma non illudiamoci che i giocatori diventino fenomeni, e che basti una leggenda in panchina come “deus ex machina” per l’intero club, perché in questo ha fallito perfino lo Special One (che resta comunque tale). Questo, a ben vedere, è forse il più grande insegnamento che lasciano i due anni e mezzo di Mou.

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Gianluca Puzzo

Un commento

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  • Un articolo come questo mi fa piacere anche lo sport: le tue parole mi hanno catturata, come sempre! Analisi davvero interessante. Grazie

Gianluca Puzzo

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