Ciao “Mo”: a New York è l’ora degli addii

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Rivera-postQuello del closer è un ruolo molto particolare, il più difficile ma anche il meno faticoso (almeno in termini fisici), il meglio pagato e il più invidiato del baseball. E’ difficile perché il closer è il lanciatore che entra nell’ultimo inning quando la sua squadra è in vantaggio di pochi punti per mettere la vittoria in cassaforte, quindi deve dare tutto in 10-15 lanci e farlo quasi ogni sera per nove mesi, ragion per cui oltre al braccio al closer sono richieste doti di concentrazione e freddezza fuori dal comune. E’ il ruolo meno faticoso, più pagato e più invidiato perché in una stagione completa un closer lancia circa 80 inning, a fronte dei circa 200 di un lanciatore partente, percependo però gli stessi soldi (i migliori viaggiano tra i 10 e i 15 milioni di dollari a stagione) e godendo spesso dell’ovazione finale dei propri tifosi quando riesce nel suo compito, tecnicamente definita “Salvezza”.

Ieri notte uno Yankee Stadium commosso fino alle lacrime ha dato l’addio al più forte closer della storia del baseball, Mariano Rivera, una leggenda che, in 18 anni di MLB tutti con la maglia dei Bronx Bombers, di salvezze ne ha messe a segno addirittura 652, un numero inarrivabile, un record assoluto destinato a durare molto a lungo, se non per sempre. “Mo” Rivera, 43enne di Panama City, arrivò in Major League nel 1995 e, dopo qualche iniziale tentativo di utilizzarlo come partente, venne collocato nel bullpen, tra i rilievi, divenendo ben presto il “set-up man”, l’uomo dell’ottavo inning, per il closer titolare, John Wetteland, un energumeno dotato di una veloce da 100 miglia orarie. Nel 1996 vinse le prime delle sue cinque World Series (le altre arriveranno con la tripletta 1998-2000 e nel 2009), l’anno seguente ottenne la prima delle sue 13 convocazioni per l’All Star Game e nel’98 gli Yankees decisero infine di mettere alla porta Wetteland, affidando a lui il nono, ultimo e decisivo inning delle loro partite.

Una scelta quanto mai felice, visto che Rivera arriverà a concludere la propria carriera con 652 salvezze su 732 opportunità (l’89% di positività!), una media ERA di solo 2.21, 1.173 strikeout all’attivo, detenendo inoltre tutti i record del suo ruolo, sia per la regular season che nei playoff. Dal punto di vista tecnico, è interessante sottolineare come Rivera sia divenuto una leggenda utilizzando quasi sempre un unico tipo di lancio, la cosiddetta “cutter”, una palla veloce (la sua è intorno alle 95 miglia orarie) che nell’ultima fase del proprio volo devia la traiettoria verso l’esterno, allontanandosi dalla mazza dei battitori destri e contemporaneamente alzandosi di quel tanto da mettere in seria difficoltà anche i mancini. Molti dei suoi avversari, nel corso degli anni, hanno sottolineato infatti l’enorme difficoltà nel colpire i lanci di Rivera pur sapendo quasi con assoluta certezza che tipo di effetto avessero.

Mariano Rivera è stato inoltre l’ultimo giocatore a indossare il numero 42, quello che fu di Jackie Robinson, il primo giocatore nero a sbarcare nella MLB. Nel 1997 la lega decise di ritirare quel numero da tutte le squadre, caso unico nella storia, proprio in segno di rispetto verso Robinson e verso ciò che lui rappresentò per lo sport statunitense. Rivera, che già lo indossava dal ’95, dovette chiedere una dispensa speciale per continuare a portarlo, dispensa che gli fu concessa e che lui ha onorato davvero nel migliore dei modi. Persona semplice, tranquilla, schiva e di poche parole, “Mo” è stato un esempio sia dentro che fuori dal campo, rifuggendo le luci dello show-biz, il gossip, senza mai essere neppure sfiorato dai tanti scandali che in questi anni hanno attraversato la MLB, un uomo dedito a Dio e alla beneficenza. Forse per questo fa ancora più effetto vederlo piangere al momento del suo addio, vederlo mostrare in pubblico le lacrime al momento degli ultimi passi su quel campo di cui è stato l’indiscusso padrone, salutato dall’infinita standing ovation dei suoi tifosi e, ora, anche da questa mia, più silenziosa ma non meno emozionata. Che campione, e che uomo.

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Gianluca Puzzo

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