Doping, un atleta può davvero dire no?

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Con questo post, Sport One apre la categoria di articoli dedicati al doping, un argomento che finora è stato poco presente su questo blog ma che tratteremo molto nei prossimi mesi, siatene certi.

Un paio di sere fa, a tarda ora, la Rai ha replicato una puntata dello scorso gennaio del programma “Petrolio”, condotto da Duilio Giammaria, contenente un’inchiesta ad ampio spettro sul doping, da quello ipertecnologico dei professionisti a quello “casareccio” dei dilettanti e delle palestre. In studio, il “signore degli anelli” italiano, al secolo Jury Chechi, campione olimpico ad Atlanta ’96.

Nel corso dell’intervista, Chechi ha più volte chiarito la sua posizione, peraltro già nota, di assoluta intransigenza verso gli atleti trovati positivi ai controlli antidoping: radiazione immediata, senza nessuna seconda possibilità. È questione di opinioni, ed anche questa è rispettabile ed ha un fondamento etico non trascurabile. Ma non è stato questo il passaggio che più mi ha colpito, bensì la sua risposta alla domanda di Giammaria: “Per un atleta è possibile dire no al doping?”. La risposta di Chechi è stata rapida, senza tentennamenti: “Sì, è sempre possibile rifiutarlo, un atleta può sempre dire no”. E qui qualche riflessione sorge spontanea.

È giusto? È sbagliato? In ogni caso, avrei avuto qualche dubbio in più, prima di rispondere in modo così categorico. Perché se un giudizio così tranchant può essere vero per un atleta amatoriale adulto, che non ha pressioni esterne di risultato e un’età che lo rende (teoricamente) capace di capire cosa può prendere e cosa no, altrettanto non si può dire per un’atleta giovanissimo o per atleti di qualsiasi età di livello internazionale. Per i primi c’è la giustificazione dell’età, che li porta a fidarsi quasi ciecamente di chi hanno intorno: allenatori, medici e dirigenti disonesti, se vogliono, possono convincerli ad assumere sostanze vietate a loro insaputa, per farli emergere subito, crescere prima e, magari, rivenderli al più presto a peso d’oro. In questo caso, se il giovane atleta non ha sospetti specifici o se non ha una famiglia attenta alle proprie spalle penso che non abbia proprio gli strumenti per poter dire di no a quello che gli dicono di assumere. Vince, brucia le tappe, guadagna i primi soldi e non si preoccupa di altro, almeno per il momento.

Discorso diverso per un professionista di alto livello. Lì si presuppone che, per età ed esperienza, l’atleta abbia una cognizione pressoché completa della linea di demarcazione che separa il lecito dall’illecito, quindi l’assunzione di doping a sua insaputa, solo per colpa di un coach disonesto, è da considerarsi davvero rara. Ma il ruolo dello staff che sta attorno all’atleta è ugualmente decisivo, perché può lasciare la porta aperta alla possibilità che, con l’accondiscendenza di tutte le parti in causa, il doping entri nella quotidianità del loro lavoro. La richiesta di doping, a volte, può partire dall’atleta stesso, magari insoddisfatto dei suoi risultati, invidioso degli avversari (che magari lui reputa, a torto o ragione, dopati a loro volta), incerto sul recupero dopo un grave infortunio o, semplicemente, disonesto. È a questo punto che il ruolo dello staff diventa fondamentale, nel cogliere ogni minimo segnale d’interesse dell’atleta per quel tipo di tematica, nello stroncare ogni sua velleità a riguardo ed, eventualmente, nel denunciare l’uso di sostanze dopanti alla federazione di riferimento. Ma basta che una sola mela marcia si annidi in questo meccanismo, e allora sarà molto più semplice per l’atleta trovare sponda nelle sue malefatte. Se l’atleta professionista arriva a doparsi, come spesso succede, per reggere le aspettative di squadra, sponsor, tifosi, media, è davvero molto difficile per lui dire no, con la certezza che tutto intorno a lui potrebbe svanire in un attimo, guadagni compresi. Una sfida sporca che spesso finisce per logorare soprattutto l’atleta stesso, che non ha il coraggio di dire no ma che paradossalmente, dentro di sé, aspetta un controllo positivo come una liberazione.

Autore

Gianluca Puzzo

Un commento

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  • Molto interessante questa finestra dedicata al doping. Nello specifico sono per il No netto senza tentennamenti. Non ammetto, e accetto, scorciatoie di nessun tipo e in tutti i campi. E’ un problema culturale.

Gianluca Puzzo

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