Edin Dzeko, 2a parte: la Premier e la sfida Capitale

E

Dzeko 2Nel gennaio 2011 i tedeschi cambiano idea davanti alla ricca offerta (circa 35 milioni di euro) del Manchester City.
Nei Citizens la situazione è ben differente: ci sono altri tre attaccanti di livello mondiale (Tévez, Agüero e Balotelli) e un posto solo, in teoria. Mancini infatti adotta un 4-2-3-1: mentre i due argentini vengono spesso usati nel ruolo di trequartista, Dzeko può giocare solo da riferimento offensivo centrale. Spesso, però, in quel ruolo parte titolare Agüero, che è più adatto a quel tipo di gioco: un calcio molto più associativo, in cui i 4 giocatori offensivi si scambiano continuamente di ruolo (ci sono anche Silva, Nasri, Milner) e cercano sempre triangolazioni rapide in zona centrale. Lo stile di gioco del City non prevede di andare sul fondo e crossare, se non come seconda opzione: i cross sono spesso rasoterra da dentro l’area, cioè il frutto di uno-due veloci (infatti Dzeko segna circa la metà dei gol di testa rispetto al periodo di Wolfsburg); la punta centrale deve spesso abbassarsi a ricevere il pallone tra le linee e creare spazio per gli inserimenti delle mezzepunte e attaccare meno la profondità. Il tempo di Dzeko è terminato…!
Così il bosniaco gioca solo 16 partite da titolare, e 14 volte entra dalla panchina. Nonostante tutto, nella sua prima stagione intera segna 14 volte in campionato e di nuovo raggiunge un risultato storico: il City vince la Premier League dopo un digiuno durato addirittura 44 anni.
La storia cambia per i Citizens, ma non per Dzeko, che nella stagione successiva continua a fare la spola tra campo e panchina, fino ad arrivare all’assurdo di essere chiamato “super sub”, cioè il sostituto perfetto che entra dalla panchina e segna sempre. Assurdo perché uno con quel fisico ha bisogno di più minuti per entrare in forma ed a risolvere dalla panchina sono spesso giocatori piccoli e agili.
Il rapporto con Mancini ormai è logoro e arriva Pellegrini che richiede l’acquisto di Álvaro Negredo, un’altra punta centrale. Se possibile, lo stile di gioco dei Citizens diventa ancora più legato a un calcio di posizione che non prevede un target striker: ma il centravanti bosniaco si adatta di nuovo, segna 16 gol giocando solo 23 volte da titolare, e aiuta il Manchester City a vincere ancora la Premier League. In tutta la stagione segna 26 volte, con una media spaventosa di un gol ogni 123 minuti: ma non è sufficiente per diventare titolare fisso. Nell’ultima stagione, poi, si infortuna ai polpacci di entrambe le gambe: in campionato riesce a giocare solo 11 volte dall’inizio, in tutto segna solo 4 gol. Il City acquista anche Wilfred Bony e taglia fuori definitivamente il gigante: la sua storia a Manchester è finita!
Se ne va lasciando un ricordo fatto di 72 gol, 5 trofei e una media di 0,7 gol a partita nelle 74 volte in cui ha iniziato da titolare, oltre a una grande passione per i gol nel derby contro lo United: ben 6.
La scelta di Roma è strategica sotto diversi punti di vista: è l’ennesima sfida in una piazza che, come tutte quelle in cui ha giocato (e anche la sua stessa Nazionale), ha vinto poco e nulla; è una città che lo avvicina a Sarajevo come mai nella sua carriera (530 km in linea d’aria), ma soprattutto arriva in un ambiente che è disposto ad adorarlo a livelli simili a quelli della madrepatria. La corsa sotto la Curva Sud dopo il gol contro la Juventus dimostra che Dzeko aveva bisogno di essere coinvolto e amato.
Nella prima giornata di campionato Dzeko viene utilizzato e cercato ancora poco e male in una squadra che deve necessariamente modificare il suo modo di giocare e non ha un allenatore da questo punto di vista duttile, ancora molto legato agli umore e le esigenze della piazza e poco propenso a dare organicità al gioco privilegiando le iniziative dei singoli.
La Roma lo costringe ad abbassarsi tra le linee, in un riflesso automatico di quello che era lo stile di gioco con Totti.
La partita di Dzeko contro il Verona è quasi incredibile: sembra di vedere un falso nove, sempre costretto ad abbassarsi e a giocare tra le linee. Gli riesce anche bene, ma è esattamente così che la Roma disperde il potenziale del bosniaco, che va servito in profondità, o con cross dalle fasce, e che non va lasciato così solo in avanti. La partita con la Sampdoria, sontuosa, è frutto di un assemblaggio informe di campioncini che improvvisano e sfruttano la poliedricità di Dzeko, ma reputo vergognoso che dopo più di dieci tiri nello specchio della porta e quasi venti calci d’angolo non si sia riusciti a concretizzare almeno 3 marcature.
Il bosniaco è un centravanti vero, ma che svaria spesso sul fronte offensivo, anche se la mobilità non è il suo forte. Nella Roma manca ancora un giocatore che riesca ad accompagnare sempre il bosniaco in fase offensiva: in teoria è Salah a doverlo aiutare e anche ad approfittare degli spazi che si aprono.
Purtroppo nella vittoria definita “di Pirro” da Garcia contro il Carpi, il bosniaco si è seriamente infortunato e salterà un mese, questo stop risulta grave sia per il patrimonio calcistico perso sia perché lo sforzo della Roma di trovare un modulo adatto a Dzeko dovrà necessariamente essere interrotto per tornare a fare quel calcio sterile che ha contraddistinto la Roma degli ultimi 2 anni.
Nell’epopea di Dzeko, questo passaggio nella Capitale sembra l’ultima grande battaglia da affrontare prima del ritorno in Bosnia. La dimensione leggendaria del centravanti bosniaco ha bisogno di un ultimo grande successo per diventare davvero un “santo” calcistico: adesso tocca a Garcia incastonare il diamante in un anello ben levigato e splendente. Non è un’impresa facile: ma niente lo è mai stato nella vita di Edin Dzeko.

Autore

Alessandro Lista

Aggiungi un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Alessandro Lista

Segui Sport One

Tag più frequenti

Categorie