Fausto Coppi: gli anni del Campionissimo e di quell’Italia (2)

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Coppi_post2-bisLa vittoria di Bartali al Tour del ’48, dieci anni dopo il primo successo, se da un lato distrae gli animi dai pericolosi sentimenti rivoluzionari seguiti all’attentato a Togliatti, dall’altro divide ancor più radicalmente le due tifoserie, “obbligando – scrive ancora Volponi – i protagonisti ad accentuare la maschera, il ruolo, il carattere che, nella fantasia collettiva, le passioni delle moltitudini hanno estremizzato. Bartali polemico, sanguigno, collerico; Coppi melanconico, introverso, ripiegato su se stesso”. Come se non bastassero due caratteri così differenti ad alimentare lo scontro, l’opinione pubblica aggiunge anche la completa diversità di vedute politiche, e poco importa se nel ’48 entrambi firmano un manifesto elettorale della Democrazia Cristiana. Gino è un fervente cattolico, è terziario francescano, va a messa, fa la comunione, viene addirittura proclamato da Papa Pio XII “campione dello sport e della fede”. Fausto invece, pur avendo sposato Bruna con cristianissimo rito, viene percepito dalla tifoseria colta come laico e progressista. Ma fortunatamente non tutti sono d’accordo nell’accostare la passione politica a quella sportiva, a partire da Indro Montanelli: “Questa storia di un tifo politico è una panzana. Questo mescolare l’ideologia e la sociologia alle corse di biciclette è una mastodontica sciocchezza. Il tifo è solo un fatto sentimentale, innocente, anche rozzo ma autentico e senza risvolti”.
Sullo stesso tono Giorgio Bocca: “c’era un richiamo istintivo verso Fausto o verso Gino, più per somiglianze e simpatie caratteriali che per supposte propensioni politiche. No, si delirava per quei due perché erano straordinari”. A delirare non sono soltanto i milioni di italiani che scendono nelle strade per ammirarli, ma anche i tantissimi che seguono la corsa per mezzo della radio, attraverso le straordinarie radiocronache di Mario Ferretti. E non si può dare torto al figlio di Mario, Claudio, quando scrive che “probabilmente, senza Coppi, Mario Ferretti non sarebbe stato Mario Ferretti, ma è anche probabile che la leggenda di Fausto debba qualcosa al suo radiocronista”.
Riuniti in gruppi intorno alla radio, milioni di italiani seguono le fughe solitarie del campionissimo sulle più aspre montagne, come appesi alle parole di Ferretti, immaginando quelle salite spaventose che quasi nessuno ha mai visto. Certamente, quindi, la leggenda di Coppi deve molto all’esaltazione narrativa tipica della radio. “Erano giorni lunghi, allora, quelli del Giro e del Tour. – scrive ancora Claudio Ferretti – Ogni edizione del giornale radio chiudeva con le notizie dalla corsa e quei venti giorni di primavera e di prima estate erano, per i ragazzi degli anni ’50 e non solo per loro, la lunga attesa di una frase, che allora era solo una parola d’ordine ma che poi sarebbe diventata uno slogan leggendario: un uomo solo è al comando, la sua maglia è bianco-celeste, il suo nome… il suo nome non poteva essere che Fausto Coppi”. Intorno alle cinque, la musica sfumava e ne prendeva il posto Mario Ferretti, “producendosi in incredibili assolo di tre quarti d’ora che erano favola, racconto, bugia, epopea. Bugia? Anche”.
Tra i motivi che portano un Paese intero a infiammarsi per le imprese di Coppi e Bartali ve n’è uno molto doloroso, ma che probabilmente è anche il motivo principale: la povertà e il bisogno di rivincita sociale di una nazione sconfitta. Scrive Adriano Rodoni: “Coppi conobbe l’ebbrezza e il peso di non appartenere mai unicamente a se stesso. Era ad un tempo anche di tutti quelli che pedalavano verso le fabbriche, le botteghe, gli uffici, con la certezza di un mondo finito per sempre e la salda volontà di vivere infine nella pace. Coppi apparteneva anche al contadino che lasciava i campi per la città, il Sud per il Nord, all’emigrante che toccava il Nuovo Mondo dopo aver varcato l’oceano. Nelle sue imprese si volle vedere il riflesso di un augurio, la realizzazione di una speranza”.
Riguardo al trionfo di Coppi al Tour del 1949, Giorgio Bocca scrive: “nell’entusiasmo di quell’Italia per le imprese di Fausto, Gino e Fiorenzo (Magni, il terzo di quell’eccezionale fioritura di campioni italiani, nda) in terra di Francia, c’era anche un po’ di revanscismo, il revanscismo dei poveri diavoli. La Francia era zeppa di nostri emigranti, li trattavano male, molto male. Ecco, era ovvio, anche se ingenuo, che quelle nostre vittorie avessero un significato di rivincita”.
Comunque, pur allietati dalle vittorie dei loro idoli, gli Italiani vivono quell’immediato dopoguerra con un passato da dimenticare e con un presente “da cinture all’ultimo buco”, nell’azzeccatissima definizione di Bocca. Ci si può fare un’idea ben precisa di quel che sta passando il nostro Paese anche solo guardando gli Italiani che, sul ciglio delle strade, aspettano i corridori. Lo scrittore e drammaturgo Orio Vergani, primo letterato a seguire il ciclismo, così scrive durante il Giro del ’46, il primo del dopoguerra: “guardo il colore di questa folla. La macchina e lo sport la sorprendono col vestito di tutti i giorni. Potrei dire che li sorprendiamo come se fossero cascati adesso dal letto. Una volta la folla aveva un color grigio e verdognolo. Il grigio era la borghesia, il verdognolo la vita militare. Adesso mezza Italia veste con gli scarti degli eserciti che hanno fatto il pendolo lungo la penisola. L’Italia povera, e cioè il 95% dell’Italia, veste un miserabile e frusto color kaki, questo color coloniale, questo color da campo di prigionia e di concentramento, portato all’ombra dei gelsi e dei campanili diroccati, nei villaggi sventrati, è un poco il colore italiano, di un’anima fiaccata dai colpi della sorte”. Davanti alle macchine che seguono il Giro del ’46 c’è la vita, la voglia di una speranza, mentre ai lati c’è la morte, tra città semidistrutte e senz’acqua: “se questa che ho negli occhi e che ci deturpa i visi, dopo otto ore di corsa, fosse la bonaria, cara polvere dei vecchi Giri, non parlerei dei rubinetti di Ancona senz’acqua; forse la polvere che tutti ci siamo portati addosso è la polvere che il vento levava dalle povere città distrutte”.
Ma il passaggio dei ciclisti, pur in tanta miseria, genera sempre una fiammata di gioia in tutti: “il paesello intero applaudiva. Applaudivano, arrampicati sulle loro seggioline, i bambini dell’asilo, applaudivano anche le suore. La gente, salita in equilibrio sui paracarri, gridava «Viva Coppi!» o «Viva Bartali!» e batteva le mani come impazzita”. Nuove protagoniste di questa folla sono le ragazze: “le ragazze al Giro ridono sempre, hanno sempre occhi belli e mi pare che abbiano dato tutte una tiratina supplementare ai nastri del reggipetto”.
Gli anni passano, scanditi dalle vittorie di Coppi, e ritroviamo Orio Vergani sulle strade del Giro del 1951, quando questo si tuffa nel profondo Sud, con le tappe Napoli-Foggia e Foggia-Pescara: “cito due paesi, Ielsi e Gambatesa, solamente per indicare in loro i tanti paesi dell’Italia meridionale in cui il passaggio del Giro è il solo avvenimento che rompa l’interminabile monotonia della vita quotidiana. La luce elettrica l’hanno? Sì, qualche paese ce l’ha. Anche la carta, la semplice carta che noi buttiamo via cento volte nel corso della giornata, è una rarità. La radio? Forse ogni 20 chilometri. I giornali? Forse uno ogni mille abitanti. Eppure non si lagnano, e anzi una gentilezza antica, un antico, quasi sacro senso dell’ospitalità sono nello spirito di queste genti”.
In questi paesi in cui il ciclo della vita si svolge tutto nel raggio di dieci chilometri, ogni due o tre anni arriva il Giro: “la grande corsa di cui nessuno sa nulla di preciso, né i nomi dei corridori, né il regolamento, né le tappe. Quando sarà passato nessuno saprà più nulla del Giro, così come non si sa cosa sia accaduto in quello dell’anno precedente. Arrivano i corridori: la gente ne conosce uno o due per nome, ma non li individuerà mai perché il Giro passa troppo veloce, troppo in silenzio, troppo impolverato. Nessuno ha un elenco dei numeri: i colori delle maglie creano, fra chi per caso li conoscesse, confusioni ed equivoci, sembra che in corsa ci siano sei Bartali e sei Coppi e si pensa di avere le traveggole». In questi paesini la gioia è totale, non c’è invidia neppure verso i giornalisti e le altre persone al seguito, che pure hanno avuto in sorte una vita più comoda e agiata: “cari, santi, malinconici paesi senza invidia. Essi non imprecano alla sorte ingiusta, essi hanno un senso cristiano del destino. Attaccati alla loro terra fulva e riarsa, ci salutano con gioia di delirio e buttano fiori dalle finestre. Gettano fiori anche a noi, senza invidia, senza rancore per la nostra sorte che può sembrare migliore, e addirittura ci gridano «Grazie!».
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Gianluca Puzzo

2 commenti

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  • Emozionante ed efficace la descrizione del contesto storico in cui si svolge il giro d’Italia del dopoguerra. La narrazione è a tratti commovente ma è assolutamente vera. Io sono nato nel ’46 e ho un ricordo nitido delle difficoltà di quegli anni così difficili. Nella tua descrizione ( perfetta e minuziosa come se avessi vissuto quei momenti ) ho riscontrato molte cose gelosamente conservate nei cassetti della mia memoria. Racconto molto bello e interessante. Grazie e complimenti.

    • Beh, penso che il tuo commento meriti il primo premio tra tutti quelli finora postati dagli utenti di questo blog. Sono felice di averti suscitato ricordi e sensazioni realmente vissute. Spero che anche le successive puntate siano all’altezza. Buona lettura.

Gianluca Puzzo

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