Fausto Coppi: gli anni del Campionissimo e di quell’Italia (4)

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Coppi_post4Nella notte tra il 25 e il 26 agosto 1954, Locatelli e i carabinieri irrompono a Villa Carla, con fotografi e giornalisti al seguito, per constatare il flagrante adulterio. La Dama viene interrogata ad Alessandria e le viene offerta l’archiviazione della denuncia a patto di tornare a Varano dal marito. Lei rifiuta ed è costretta a scontare quattro giorni di galera nel carcere femminile, pena in seguito commutata in soggiorno coatto ad Ancona. “Quando uscii di prigione mi accolsero a fischi e boati. – racconta la Dama stessa – Niente al confronto di quel che mi successe ad Ancona. Avevo l’obbligo di firmare ogni domenica il registro della Questura. Quando arrivavo la piazza era zeppa di pescivendole, che al mio passaggio sputavano in terra. Ero incinta”.
Il 14 marzo 1955 il Tribunale di Alessandria condanna Coppi a due mesi di detenzione e Giulia Occhini a tre per adulterio, ma entrambi evitano il carcere grazie alla condizionale; il peggio sembra passato. “L’accanimento di Locatelli, – scrive Vergani – il ridicolo di quei carabinieri nelle camere da letto, stanno quasi invertendo i sentimenti dell’opinione pubblica. Fausto è stato generoso nella separazione dalla moglie: la villa di Novi, gli alimenti e 50 milioni di lire in contanti” (circa 800 mila euro di oggi, nda). Giulia vola a Buenos Aires per far nascere il figlio, Faustino, che avrà passaporto argentino e solo col tempo potrà portare il cognome del padre.
Al Giro del ’55, malgrado i suoi 36 anni, Fausto si comporta benissimo, finendo secondo per soli tredici secondi dietro Fiorenzo Magni, ma appare ormai logoro. A distanza di nove anni, cioè dal 1946 al ’55, Orio Vergani torna a descrivere gli Italiani al Giro, e le differenze cominciano ad essere importanti: “ormai questo tragico spettacolo da lazzaretto o da campo di concentramento è dimenticato. Gli Italiani hanno vestiti nuovi e quasi dappertutto decenti, i bambini laceri tipo «sciuscià» sono rarissimi e non ne ho più visti scalzi. Ai lati della strada e negli incroci, ho visto greggi interminabili di automobili e torpedoni, nei prati scintillavano infinite motorette e motociclette”. L’obiettivo torna ad essere puntato sulle ragazze: “ai tempi dei nostri nonni e delle nostre madri, questa immensa folla di ragazze non aveva modelli, non conosceva volti mitici ai quali cercare di assomigliare. Oggi il cinema porta vicino a ogni focolare i modelli della nuova idolatria. Sedute contro le siepi o a cavallo delle motorette dei fidanzati, ho visto centinaia di migliaia di Lollobrigide e Sofie Loren, e ogni magrolina dal corpicino di minorenne guardava con gli occhi di Audrey Hepburn, dal Veneto al Lazio, dall’Adriatico al Tirreno”. Il Giro attraversa un’Italia che sta un po’ meglio e tira il fiato: “un milione e mezzo di scooter e motorette stanno per archiviare la civiltà della bicicletta. E’ nata la Seicento, costa 630 mila lire, oltre dieci stipendi di un impiegato, ma per averla subito è sufficiente un anticipo di 100 mila lire. Il resto è cambiali. Quella era un’Italia tutta di cambiali, faticatissime ma onorate”.
Insieme alla folla delle salite sta cambiando anche Fausto: “indossa doppiopetti gessati, – scrive ancora Vergani – tentando di sbarazzarsi di quell’aria impacciata, goffa, contadina. E, inconsapevolmente, ne prende una da signorotto di campagna. Qualcuno ironizza sullo stuolo di camerieri e autisti a Villa Carla, sui piatti d’argento con il centrino di pizzo, sulla cameriera in crestina per servire a tavola. Forse, Coppi ha qualche imbarazzo. Forse, accetta l’esibizione del reddito per quieto vivere. Ma è convinto di aver fatto un salto di qualità necessario”.
Fausto non si decide ad appendere la bici al chiodo neppure nel ’56, a 37 anni, dando adito a fiumi di pettegolezzi sullo spendere di Giulia Occhini, sull’idea che lei lo costringa a continuare per soldi e per ambizione: “non le andava di stare con un pensionato, – scrive Loretto Petrucci – con una vecchia gloria. Aveva lasciato figli e marito per un mito e tale voleva che Fausto rimanesse”.
L’idea che Coppi continui a correre, pur non avendo più nulla da chiedere al suo fisico, solamente per non finire dissanguato finanziariamente dalla Dama è tutt’altro che inverosimile, ma bisogna tuttavia aggiungere che il patrimonio di Coppi è ben difficile da azzerare in un così breve lasso di tempo. Opposti a tante malelingue pettegole, ci sono quelli che sostengono che il campione si ostina a continuare per pura passione, o per paura del suo futuro giù dal sellino: “forse fu la paura di non saper fare altro. Forse l’incubo che la pensione gli sarebbe stata odiosa in quella cornice così lustra, così da recita borghese che gli aveva costruito intorno la Dama Bianca. Forse, faticare sui pedali era un modo di fuggire dal mal di vivere, quel misto di melanconia, di tristezza, di disadattamento che molti intuirono in lui e che oggi chiameremmo depressione, uno stato di latente depressione”.
Al Giro di Lombardia del ’56 l’ultima fiammata: Fausto va in fuga, il gruppo tentenna nell’inseguirlo per gli altri grandi, Magni per primo, decidono di fare un omaggio al vecchio campione. Ma si intromette Giulia Occhini e la sua indole a strafare: in un’auto al seguito della corsa affianca Magni e gli altri, coprendoli di insulti e sberleffi per non essere capaci di riprendere il suo vecchio. Il risultato è fin troppo ovvio: il gruppo, guidato dall’offeso Magni, comincia a darci dentro alla morte e Coppi viene ripreso alle porte di Milano ed infine battuto allo sprint nel Vigorelli da un francese. “Nessuno aveva visto Coppi piangere per una vittoria o una sconfitta. – racconta Petrucci – Ma sul prato del Vigorelli furono lacrime senza ritegno, lacrime di sconforto, di disperazione, d’ira. Quel pianto fu l’emblema dell’addio, anche se l’addio non venne”.
Lo trovano ancora in sella le stagioni ’58 e ’59, tra continue amarezze e nuove fratture: “il mestiere ormai, se non gli dava spiccioli, non lo retribuiva più proporzionalmente alla fatica tremenda, decuplicata rispetto alle stagioni della giovinezza”.
La Dama parla ancora di giorni idilliaci tra i lussi di Villa Carla, ma il nomadismo di Fausto, il suo continuo fare la valigia, senza godersi il benessere, la compagna e il figlio, sono poco in linea con le parole di Giulia. “Nessuno gli dice quel che tutti si dicono: che non è più un atleta, che non ha più i riflessi, che sputa l’anima per nulla. Qualcuno ricorda la vecchiaia di Tazio Nuvolari, padre di due figli morti giovanissimi: accelerava da folle nelle gallerie della Gardesana, nelle curve striminzite di quella strada, andava a tavoletta sulla sua vettura rossa, cercando la morte”.
E la morte, per alcuni versi liberatrice, giunge. Il 18 dicembre 1959 Coppi è tornato dall’Alto Volta, dove ha disputato un criterium, una corsa senza sudore organizzata per celebrare il primo anniversario dell’indipendenza del paese. La sua presenza viene ricompensata con uno splendido safari, con annesse battute di caccia. Al suo ritorno, Coppi ha addosso la malaria e non lo sa, né i medici se ne accorgono in tempo, perdendo giorni preziosi in diagnosi ridicole, dall’influenza ai problemi cardiaci (in un atleta che aveva scalato in bici montagne di 3 mila metri!). Quando capiscono finalmente con cosa hanno a che fare, è ormai troppo tardi: Coppi muore la mattina del 2 gennaio 1960, a 40 anni.
Quel mattino d’inverno fu di dolore collettivo, uno straziante dolore italiano testimoniato, il giorno seguente, dalla folla oceanica salita sulla collina di Castellania per i funerali: tifosi arrivati con ogni mezzo da tutta Italia inneggianti a Coppi con gigantografie del campione sul Pordoi, i compagni, gli avversari, i gregari, Bartali di un pallore mai visto. Con la morte di Coppi si chiude un’epoca e si compie quel senso di fato avverso che il campione sentiva sempre intorno a sé, predestinato nelle vittorie e nella malasorte.
FINE

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Gianluca Puzzo

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