Il casco della discordia

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Si è giocato solo il primo turno di preseason, in NFL, e già si è scatenato il (prevedibilissimo) putiferio attorno alla nuova regola sull’uso del casco, introdotta dalla lega durante la offseason per dare un segnale tangibile d’intervento in favore della sicurezza dei giocatori, specialmente dopo che la lega stessa si è vista sempre più spesso costretta a pagare mega risarcimenti ad ex giocatori affetti da traumi cerebrali dovuti al gioco. Avevamo già affrontato la questione, su Sport One, addirittura nel novembre 2013; per chi volesse rileggere quel post, ecco il LINK.

Vediamo innanzitutto la regola, in realtà un’espansione della già esistente “unnecessary roughness” che sanzionava i colpi portati col casco contro collo e testa del giocatore avversario. Ora quest’area è stata estesa all’intero corpo del giocatore, quindi se il placcatore abbassa la testa, portandola quindi avanti rispetto al proprio corpo, prima di portare il colpo, al fine di usare il casco come arma, allora è fallo. La sanzione è grave: perdita di 15 yard e, se il fallo è commesso da un difensore, primo down automatico per l’attacco, ma con alcune aggravanti (postura lineare prima del placcaggio, colpo dal lato cieco, placcaggio evitabile o fuori dalle linee o dopo il fischio arbitrale) può portare anche all’espulsione immediata del colpevole.

Fin qui la carta, dove la regola appare chiara ed effettivamente protettiva, ma passando al campo iniziano a sorgere i problemi. Innanzitutto, perché fin dai primi test match si è visto come sia difficile da fischiare per gli arbitri, non certo in campo aperto (il classico duello ricevitore contro cornerback o safety) ma nelle situazioni “trafficate” che si ripetono ad ogni snap. Appena il centro rilascia la palla, gli arbitri hanno un minimo di cinque scontri contemporanei da valutare sulla linea di scrimmage, ovviamente quelli tra la linea offensiva e quella difensiva. La cosa si complica ulteriormente nei giochi di corsa (specialmente quelli al centro), in cui il running back è di fatto costretto a tuffarsi in avanti nei buchi aperti dalla sua linea per guadagnare quel paio di yard magari decisive al raggiungimento del primo down. La crew arbitrale sarà quindi chiamata a valutare ad ogni snap tutte queste nuove situazioni, gesti che avvengono in una frazione di secondo, a cui si aggiungono le valutazioni su tutti gli altri falli già esistenti.

Il rischio più che concreto è quindi quello di un’eccessiva discrezionalità arbitrale, che porterebbe a notevoli difformità di approccio da una partita all’altra, passando da chi privilegia lo scorrimento della gara, chiudendo un occhio sui placcaggi non troppo pericolosi, a chi invece sanziona rigidamente i contatti, lanciando continuamente flag sul campo, causando review e rendendo così la partita uno spezzatino insopportabile. Ultimo ma non ultimo, da un punto di vista generale è ovvio che questa regola finirà per favorire ulteriormente l’attacco rispetto alla difesa, con grande soddisfazione di chi sostiene l’equazione “tanti punti uguale tanto spettacolo”, come se non bastassero le recenti strette sulle pass interference e sulle holding a protezione dei ricevitori.

C’è poi la questione “culturale”, chiamiamola così, che vede molti commentatori ed ex giocatori allineati sul concetto che “il football non è uno sport per signorine” e che temono di veder snaturata la natura innegabilmente violenta di questo gioco. Non è una linea che ci trova d’accordo, sia chiaro; le nostre perplessità sono legate al fatto che si complichi e si spezzetti il gioco per non ottenere nulla (o pochissimo), non certo perché siamo sostenitori del barbaro concetto secondo cui “i giocatori sanno a cosa vanno incontro”, una sciocchezza colossale.

Speriamo sinceramente che, numeri alla mano, questa regola serva davvero ad abbattere quello spaventoso numero di 281 commozioni cerebrali ufficialmente accadute nella scorsa stagione, ma continuiamo a sostenere che l’unico vero intervento decisivo sarebbe quello di eliminare il casco, rendendo le regole di placcaggio simili a quelle del rugby.

Autore

Gianluca Puzzo

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