Il “caso Mario”, specchio della latitanza di Stato

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La storia di un uomo di 44 anni, da 12 paralizzato per un incidente stradale, che dopo aver ottenuto il permesso legale al fine vita si vede costretto a pagare da sé i 5 mila euro necessari per morire.

Non passa giorno senza che capiti di leggere sui giornali storie di ordinaria inadeguatezza dello Stato, vicende che, tra un moto di rabbia e un sorriso sarcastico, lasciano piccoli ma infiniti segni dentro di noi, alimentando la sfiducia (oramai con l’ago sul rosso fisso) nella cosa pubblica, in chi la gestisce, e reiterando la domanda cruciale: per cosa paghiamo le tasse? A fronte di quale ritorno in termini di servizi sociali, sicurezza, istruzione, salute e giustizia (i cardini su cui dovrebbe fondarsi un paese democratico) sopportiamo lo stillicidio di imposte, tasse, scadenze, F24 e affini di uno Stato che si ricorda puntualmente di noi solo quando c’è da battere cassa ma poi non ha la forza/voglia/capacità/interesse nell’andare a esigere il dovuto da chi non versa niente per la comunità? Il fondo di questa latitanza di Stato è stato toccato pochi giorni fa nella vicenda di Mario, nome di fantasia per l’uomo marchigiano di 44 anni che, primo in Italia, ha ottenuto il diritto di morire con il suicidio medicalmente assistito, dopo aver vissuto ben 12 anni paralizzato in seguito a un incidente stradale. Un’infinita battaglia legale che, anche dopo essere stata vinta, si è scontrata con l’assurda pochezza dello Stato e dei suoi burocrati: non esiste una legge di riferimento quindi non esistono fondi destinati. Ergo, il paziente deve pagarsi di tasca propria i 5 mila euro per tutto quanto è necessario, in termini di macchinari, farmaci e personale, per la propria morte. Al di là dell’aspetto surreale, il pagare per avere il diritto di morire, ce n’è un altro ancor più vergognoso, quello di ignorare le condizioni economiche di qualunque famiglia debba mantenere per 12 anni un proprio membro in quelle condizioni, costringendola oltretutto a esporre pubblicamente la propria indigenza per chiedere una raccolta fondi pubblica. Il fatto che proprio una colletta online abbia sbloccato la situazione ha solo il merito di confermare la proverbiale generosità italica, ma non sposta di un millimetro la questione di fondo di cui sopra. Ci stiamo ormai tristemente assuefacendo all’assenza dello Stato, abituandoci al concetto di dovercela cavare da soli (quindi pagare due volte, in sostanza); ci accorgiamo con sempre maggiore difficoltà di tutto quello che ci manca intorno, servizi elementari per cui restituiamo allo Stato (chi lo fa) una ricca fetta del nostro lavoro, certezze di base che dovrebbero spettarci di

diritto. Nella scuola pubblica abbiamo asili con pochissimi posti disponibili, classi pollaio e insegnanti demotivati e malpagati negli altri ordini, università continuamente travolte da scandali per l’assegnazione delle cattedre e con il fallimento intrinseco del numero chiuso mascherato da grande passo avanti. La soluzione, per chi può permettersela, è ovviamente pagare per il privato. E così la sanità, in cui le strutture ospedaliere sul territorio continuano a diminuire, i reparti di pronto soccorso ad essere sempre più sguarniti di personale e attrezzature costringendo i pazienti ad attese indescrivibili e cure inadeguate (nel migliore dei casi), l’assistenza agli anziani di una lentezza e farraginosità tali da far sorgere il dubbio che tutto sia teso ad attendere la dipartita del paziente facendo nel frattempo il meno possibile. E le soluzioni passano sempre e solo per il privato. Sulle questioni giustizia e sicurezza non si sa oggettivamente da dove partire: la certezza della pena e la conseguente situazione del sistema carcerario, la mancanza di strutture, mezzi e personale in tutta la catena, dal commissariato di quartiere fino ai tribunali. Con uno Stato incapace di costruire nuove e moderne carceri, che per ovviare alle barbare condizioni in cui si vive in strutture fatiscenti e sovraffollate non trova di meglio che concedere a sempre più categorie di reati misure cautelari alternative. Sarebbe poi il caso di parlare delle condizioni delle strade su cui circoliamo, per viaggiare sulle quali (ricordiamolo) paghiamo tasse sui mezzi e sui carburanti, o, a Roma, della raccolta dell’immondizia, oramai elevata a vergogna nazionale, o dei mezzi pubblici, con orari e qualità del servizio da Terzo Mondo. Su tutto questo aleggia ovviamente l’evasione fiscale, che oltre a svuotare le casse dello Stato crea, ad esempio, moltissime situazioni di concorrenza sleale nel mondo del lavoro, visto che un professionista in regola, tanto per fare un esempio non molto lontano, si trova ad affrontare spesso competitor che, lavorando in nero (e magari percependo il reddito di cittadinanza), possono permettersi di offrire ai clienti prezzi con un ribasso fuori mercato, finendo spesso per accaparrarsi il lavoro, pagato in nero ça va sans dire. Una catena inestricabile di colpe, lassismo, inadeguatezza, corruzione e vera e propria delinquenza con cui è davvero sfinente confrontarsi ogni giorno. Fino a dover leggere, con un senso di profondissima vergogna addosso, la storia di Mario.

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Gianluca Puzzo

5 commenti

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  • Grazie, per aver dato voce a uno dei tanti che ha provato a combattere il sistema sulla sua pelle….che in questo caso, non è un modo di dire ma una tristissima realtà. Che rabbia!

  • Grazie caro Gianluca per queste amare considerazioni che riguardano tutte le persone oneste che, nonostante tutto, trovano la forza di andare avanti.

  • Hai toccato non uno ma 10, 100, 1000 nervi scoperti che riguardano il nostro triste e furbo Paese. Il tuo sfogo ci ricorda chi siamo e, nel migliore dei casi, cosa non vogliamo fare. Grazie per averci inchiodato alla realtà.

Gianluca Puzzo

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