L’epico Maracanazinho di 12 ragazze d’oro

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Le azzurre di Mazzanti ribaltano i pronostici conquistando il titolo europeo a Belgrado contro le serbe padrone di casa.

In attesa degli Europei maschili, ieri sera si è aggiunto un altro tassello a questa epica, indimenticabile estate dello sport italiano, con la vittoria del titolo europeo da parte della nostra nazionale femminile di pallavolo, successo preziosissimo per almeno tre ragioni: perché non lo centravamo da 12 anni, perché arrivato dopo il fallimento olimpico e perché ottenuto battendo in finale la Serbia campione del mondo (e nostra killer a Tokyo) in quel di Belgrado, davanti a 20 mila tifosi giustamente scatenati. Un successo, quello di ieri sera, che, per la storia della nazionale femminile, deve essere considerato alla stregua di quel che fu il Maracanazinho per la maschile, la semifinale mondiale del 1990 vinta da Velasco & Co. sul Brasile a Rio. La Serbia è campione del mondo in carica, era bi-campione europea in carica fino a ieri sera, ci aveva asfaltati a Tokyo poche settimane fa e in più giocava in casa: un’impresa titanica, quella delle ragazze di Mazzanti, un ct quieto e senza arie da fenomeno, che dopo Tokyo ha sì acceso qualche riflettore sulle mancanze delle sue ragazze, ma che ha anche onestamente riflettuto sui suoi errori, gettando da lì le basi del trionfo di ieri sera. Ma come ha fatto la Serbia a perdere, e come abbiamo fatto noi a ribaltare tanto clamorosamente i valori in una finestra temporale tanto ristretta? La risposta è complessa, ma parte da una base ovvia: la Serbia ruota tutta intorno a Tijana Boskovic, campionessa incontenibile, l’unico opposto al mondo in grado di reggere (e qualche volta vincere) il confronto diretto con la nostra Paola Egonu. Ma con la Boskovic arrivata dolorante in finale, tenuta letteralmente insieme dai cerotti sulla spalla, il resto della Serbia si è trasformato in una lancia spuntata. L’Italia è molto più squadra, e anche in una serata in cui le centrali non hanno prodotto molto in attacco (Danesi e Chirichella 13 punti in due, di cui 8 a muro) la Egonu (29 punti alla fine) ha trovato splendido supporto dalle bande, Sylla e Pietrini, che insieme hanno messo giù 33 palloni.


Proprio il ritorno ai suoi livelli di capitan Sylla è stato la svolta più importante da Tokyo a Belgrado: la sfortunata Bosetti è una giocatrice tecnicamente completa e preziosissima, ma nello specifico contro la Serbia a noi serviva la palla pesante della Sylla per sfondare un muro molto alto e piuttosto ordinato: meno tecnica e più potenza, e non a caso, con l’andare dei set, la Sylla è diventata la vera regina della partita, spaccandola lì dove poi Egonu ha affondato il coltello. La Boskovic ha fatto quello che ha potuto, ma perso il secondo set, quando ha capito che la partita non si sarebbe risolta rapidamente come a Tokyo, non ne ha avuto più, e le compagne, troppo da lei dipendenti, si sono rapidamente e inesorabilmente sbriciolate. In più, il muro/difesa italiano ha lavorato molto meglio sulle traiettorie mancine dell’opposto serbo, merito della De Gennaro (eccezionale 62% di ricezioni perfette) e di 55 difese complessive, ben 15 in più della Serbia. La difesa non è stata perfetta, specialmente sui pallonetti, ma quando con il muro costringi un bombardiere come la Boskovic al pallonetto vuol dire che, alla lunga, la stai vincendo tu, e così è stato. Alla vigilia della partita a spaventarci erano gli imprevedibili blackout di questa squadra, capace di uscire dalla partita improvvisamente come accaduto nel terzo set con l’Olanda in semifinale, soprattutto in ricezione; invece le nostre ragazze, anche dopo aver perso il primo set, sono rimaste lì, tenaci pallone dopo pallone, facendoci capire che la serata era di quelle giuste, che stavolta a mollare sarebbero state prima le altre, uscite dal campo nel quarto set e schiacciate dall’enorme delusione che pioveva dagli spalti silenziosi. Una vittoria bellissima, figlia di un gruppo di ragazze belle e sorridenti, capaci di ricompattarsi anziché far volare gli stracci dopo la botta di Tokyo, e di un ct che ha saputo tenere la barra dritta anche nella tempesta post olimpica. Ma sbaglia chi dice che Belgrado deve far dimenticare quanto successo in Giappone: sarebbe un errore imperdonabile, fra tre anni, ripresentarsi a Parigi pensando di non aver nulla da farsi perdonare dopo ieri sera. Ma dopo un Maracanazinho così, sappiamo che la strada è meno incerta e più luminosa.

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Gianluca Puzzo

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