Michael Jordan e Kobe Bryant: due facce della stessa storia (2a parte)

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Jordan-e-Bryant_post2Esistono molte analogie tra questi due supereroi della palla a spicchi, ma altrettante differenze si annidano ovunque. Coach Phil Jackson ne sa qualcosa, potendosi fregiare del titolo di allenatore di entrambe le stelle, sia di MJ (nella conquista di sei titoli) e sia di KB (con il quale ha perso due finali ma vinte cinque). Mr. Eleven Rings ha saputo stabilire un rapporto di ossequioso rispetto con Jordan, stile padre-figlio, ma ha patito una relazione odio-amore con Bryant, stile attrazione fatale. Lì dove Jordan e il suo immenso talento addomesticabile hanno permesso al buon vecchio Phil di vivere giorni sereni, con un team di fenomeni costruito attorno all’idolo indiscusso dei Bulls, Bryant l’indomito, il ribelle, lo scanzonato (offuscato troppo spesso dalla gigantesca ombra dei 2 metri e 16 cm di Shaquille O’Neal) ha saputo meglio interpretare le ideologie di Coach Zen.

Leader si nasce o si diventa? Lungi da me scatenare una discussione in merito. Jordan sembra aver tranquillizzato subito con la sua spericolata saggezza e un’innata autorevolezza. Abilità fuori dal normale possono palesarsi, in modo quasi vergognoso, in un giocatore… ma se quel DNA non possiede la giusta successione proteica di caparbietà, coraggio, affidabilità e guida, allora non si può parlare di attitudine al comando. Michael si è presentato sul parquet, fin dalla prima volta, con ognuna di queste skill al loro posto. Fluivano in lui senza intoppo, in modo naturale. L’ego smisurato può rovinare un giocatore, ma fortunatamente MJ ha potuto contare su un buon senso ferreo che gli ha permesso di cavarsi d’impaccio, più volte, da un pericolosissimo egoismo, dosandolo in base alle esigenze del team. Essere additato per un decennio come un Dio in terra (sportivamente parlando), non è facile da vivere. Sapere di avere gli occhi di chiunque puntati addosso, senza soluzione di continuità, 24 ore su 24, è a dir poco massacrante. Eppure Michael ha sfoggiato un’integrità caratteriale fuori dal comune, una mentalità fredda e vincente che gli ha permesso di essere un uomo tutto d’un pezzo, ponendo la squadra al centro di tutto. Per Kobe le cose hanno funzionato in altro modo, hanno preso una piega totalmente diversa. Il tratto inconfondibile dell’highschooler, capriccioso, testardo ed in continuo contrapposizione alle scelte dirigenziali, lo hanno proposto all’attenzione pubblica come una sorta di scavezzacollo, dotato di un talento stratosferico, ma pur sempre un solista dalla testa calda. La sua vera consacrazione, con annessa radicale maturazione, è stata possibile solo grazie al passaggio di Shaq a Miami. A partire da quel fatidico momento Kobe si è ritrovato, per forza di cose, ad assumersi delle responsabilità, a giocare prima per la squadra e poi per se stesso, a pensare in modo sistemico-collettivo e non più individualistico. La transizione è stata lenta, dolorosa. Ma alla fine è diventato quel leader che tutti si aspettavano, capace di sgridare i compagni, di sostenere il gruppo nei momenti di maggiore sconforto, comprendendo infine la differenza tra supportare e sopportare.

Stabilire chi sia il miglior attaccante tra i due è un affare parecchio insidioso. Secondo Phil Jackson i due hanno un modo simile di giocare, perché entrambi coinvolti a lungo nel Triangle Offense (celebre tattica ideata da Tex Winter). Per tutto il tempo in cui Shaq è rimasto a Los Angeles, Kobe ha avuto la strada in discesa: le attenzioni degli avversari erano concentrate altrove e per lui si aprivano ampie lande desolate. Questo è il periodo dei record di triple e delle ricorrenti prestazioni over 40 punti. La musica inizierà a cambiare quando l’imponente centro dei lagunari andrà via, lasciando Black Mamba come unico bersaglio scoperto alla mercé degli avversari. La stoffa del campione, se c’è, deve venir fuori proprio in tali occasioni. Bryant accetta la sfida, ringrazia e si mette a lavoro, entrando in una prospettiva di gioco nuova, altra, più saggia ma non per questo meno coraggiosa (jump shot in uscita dagli scarichi, crossover con fade away, penetrazioni con layup finale e ancora reverse layup a due mani). Se Jordan ha incantato trovando soluzioni ai limiti dell’impossibile, aprendo le danze a funambolici virtuosismi atletici che hanno fatto da apripista per chiunque sia arrivato dopo di lui, Kobe ha sorpreso per la sua indiscutibile voglia di primeggiare unita ad una immensa capacità di evolvere performances fisiche e tattiche del passato.

MJ era solito forzare un tiro o un ingresso a canestro quando non esistevano alternative possibili, KB invece si abbandona più facilmente a giocate sprezzanti (soprattutto nella fase precedente all’arrivo di Paul Gasol). Non si può essere fenomeni solo a metà. A strabilianti abilità di attacco devono seguire pari capacità di difesa. Il perfetto bilanciamento del fuoriclasse! Michael viene spesso presentato come il più forte nell’intimidire gli avversari, nel leggere gli schemi, nello strappare la palla da mani distratte (tramutando un’azione di difesa in una di contropiede). Entrerà per ben 10 volte nel primo quintetto difensivo e porterà a casa un premio come Difensore dell’Anno. Fino ad oggi Bryant ha curato moltissimo il lato difensivo del basket, sottoponendosi a massacranti ore di allenamento matto e disperato. Ancora oggi tende a far leva, però, sulla sua astuzia, ponendosi in una posizione non sempre premiante.

Avere visione di gioco significa essere un po’ generale e un po’ soldato in guerra, attento coach e giocatore reattivo durante una gara. Significa attaccare e realizzare punti al momento giusto ma anche difendere a denti stretti, rendendo il canestro un miraggio agli occhi degli avversari. Vuol dire sobbarcarsi il peso di una giocata, di uno schema, di un punto mancato. In Michael vive il Sacro Fuoco della Fantasia Atletica: parlano da soli gli assist più inverosimili che hanno permesso di accostarlo ad un altro mostro sacro del basket, Magic Johnson (inestimabile campione di gioco e di vita). MJ non cedeva la palla in modo improvvisato e raramente il suo passaggio era frutto di casualità. Ogni cosa rispondeva ad una interconnessione neuro-muscolare da brivido, un linguaggio criptato al comune mortale, una logica ultra dinamica che gli permetteva di vedere con leggero anticipo ciò che sarebbe accaduto. Nell’80% dei casi si è ritrovato a portare palla, a distribuire i compagni sul parquet e a macinare assist su assist. La sua migliore stagione, sotto questo punto di vista, è stata quella del ’88-’89: ben 8 palloni di media a sera, altrettanti rimbalzi, per uno dei suoi migliori campionati di sempre. Fece registrare una partita da 17 assist e 12 gare consecutive in doppia cifra con l’incredibile record di 7 triple-doppie di fila e 10 in 11 gare. Kobe Bryant non si discosta molto dal suo idolo: nel suo sangue scorre abbondante una grande visione di gioco ed una vasta capacità di snocciolare passaggi tanto fantasiosi quanto proficui per il buon esito del match (la perfezione nei momenti decisivi). Fino a qualche anno fa, Kobe era quasi costretto a cedere la palla appena le stressanti attenzioni avversarie si focalizzavano su di lui (una necessità di sopravvivenza); nel tempo, fortunatamente, complice gli anni e una crescente maturazione, il numero 24 ha saputo/dovuto aumentare le prestazioni del suo radar a 360 gradi, diventando un vero e proprio playmaker (l’ultima stagione ne è testimonianza, nonostante la presenza di uno del calibro di Steve Nash).

Si potrebbe continuare secondo una spirale infinita a tracciare analogie e differenze tra Air Mike e Black Mamba, senza riuscire ad esaurire le innumerevoli prospettive di analisi. Parliamo di due uomini incredibili in cui Madre Natura ha soffiato, più forte che altrove, l’alito della sua infinita creatività, donando loro capacità atletiche imbarazzanti e reattività motorie fuori della norma. Rassegniamoci a raccogliere e godere tutto quello che un confronto del genere (nonostante l’assenza di Jordan o forse proprio per questa) avrà ancora da raccontare a coloro che, come noi, continueranno ad emozionarsi, con il naso all’insù, nell’ammirare acrobazie aeree di giocatori che sapranno sbeffeggiare la tediosa legge di gravità, proprio come hanno saputo fare, a modo loro, Michael Jordan e Kobe Bryant.

Autore

Francesco Pumpo

Un commento

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  • Conoscevo solo il nome di questi due campioni veramente “extra”, ma attraverso il tuo particolare, e puntuale, modo di raccontarli, ho potuto capire tutti gli aspetti del loro essere straordinari. Sia come atleti sia come uomini. Grazie ancora.

Francesco Pumpo

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