NBA Finals #5: L’inizio della Fine

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splash brothers

Se uno degli sceneggiatori più creativi di Hollywood avesse immaginato lo sviluppo dell’attuale serie delle NBA Finals 2015, avremmo ottenuto un risultato interessante ma banale se confrontato con ciò che sta accadendo Oltreoceano. Prima la partenza a razzo degli Warriors (1-0), poi un incredibile rimonta (1-1) e successivo sorpasso dei Cavaliers (1-2), infine parità dei giochi ristabilita da Golden State (2-2). Ora è giunto il momento di Gara 5. In questi giorni, tra l’Ohio e la California sta accadendo tutto e il contrario di tutto, a netto beneficio di un pubblico sportivo sempre più scosso da spasmi adrenalinici e ondate di meraviglia.

Tra i vostri amici amanti del basket si annoverano tifosi deboli di cuore? Consiglio vivamente di allontanarli dalla TV (anche con la forza), così da non esporli pericolosamente ad un’overdose incontrollata di emozioni.

Oakland. Oracle Center Arena. I famelici Warriors contro gli indomiti Cavaliers nella delicatissima quinta partita delle Finali. Molto é stato raccontato ma tanto deve essere ancora scritto. Proprio qui, stasera, bisogna intingere per l’ennesima volta la piuma razionale del narratore nel calamaio fantasioso dello sport per descrivere lo scontro tra due fazioni che, da oltre una settimana, si stanno sfidando senza esclusione di colpi. Vera lotta tra Titani. La colonna sonora di una serata gloriosa come questa non può non avere un sapore evocativo.”The star spangled banner” riecheggia nell’aria con una sprezzante veste heavy-rock: a suonare i Metallica tra decine di Marine che srotolano bandiere a stelle e strisce e diverse centinaia di persone unite in un solo coro. Tutto è compiuto: Gara 5 può iniziare in un’oceano di sconfinato di maglie gialle (indossate per l’occasione dai supporter californiani).

“Giù il cappello davanti al miglior tiratore della lega”. Sono le parole esatte pronunciate dal miglior giocatore vivente della NBA, il Prescelto, LeBron “King” James, nella conferenza stampa tenutasi immediatamente dopo la partita. Una frase semplice ma ricca di significati pronunciata dinnanzi al mondo intero. Steph Curry ha posto la sua inconfondibile firma a questa straordinaria sera: 37 punti e 7 triple (di cui tre decisive) gli hanno permesso di prendere per mano i suoi compagni d’armi e traghettarli al raggiungimento di una vittoria stellare contro Cleveland (104-91). Golden State arriva puntualissima ad un appuntamento da cui mancava da ben 40 anni: un passo dal titolo dell’NBA. Steph, con la sua straordinaria prestazione, ricorda a tutti le ragioni fondamentali che lo hanno consacrato come MVP dell’anno. Il quintetto base di Golden State mostra molti muscoli ma soprattutto tanta testa, affermando di essere il migliore di tutta la Lega. Curry e Thompson (i temutissimi Splash Brothers), Iguodala (titanico), Green e Barnes (efficienti come pochi) hanno superato (o si sono avvicinati) alla doppia cifra, mentre i 13 punti esclusivi di Barbosa, dalla panchina, hanno fatto la differenza in un frangente estremamente delicato del match.

I Cavs hanno tentato in tutti i modi di rimanere aggrappati alla partita, affidandosi alle giocate di un monumentale LeBron che, in perfetto stato di grazia, ha continuato a monopolizzare ininterrottamente l’attenzione mondiale su di sè e sulle sue fantasiose prodezze atletiche (ad eccezione di un breve momento di “riposo” registrato in Gara 4). Nonostante la sconfitta, LeBron James terminerà l’incontro con un’altra tripla doppia da leggenda, mettendo a bottino 40 punti, 14 rimbalzi e 11 assistenze. Sommando i canestri e gli assist, in pratica, Sir James si erge a status di Dominatore indiscusso di questa partita, realizzando in magna solitudine quasi l’80% dei punti totali messi a segno da tutta Cleveland. Matthew “Delly” Dellavedova si presenta all’appuntamento stanco e poco incisivo (soli 5 punti e tanti problemi nel trattamento di palla è lo specchio di una squadra ridotta all’osso dagli infortuni ed esaurita nelle sue riserve energetiche), Tristan Thompson (19 punti) risulta fondamentale in difesa nel tenere in equilibrio il punteggio fino all’84 a 89 di metà quarto, mentre JR Smith (finora deludente) tiene a galla i Cavs prima di calare nello sprint decisivo (iniziali 4/7 da 3 per poi fallire le 7 successive).

L’inizio è da incubo per i Cavs: 1/7 dal campo e 5 palle perse in 5’ con i Warriors che vanno 8-2. Occorrono due bombe triple di Smith per suonare la riscossa degli ospiti. Con LeBron che continua ad attaccare e Shumpert al seguito arriva persino il sorpasso (16-17). Il primo quarto scivola sul 22-22. Si accende un duello tra King James (a quota 17 punti, 7 rimbalzi e 7 assist a 7’ dalla pausa) e Curry, con botte e risposte continui. Si va al riposo con i californiani avanti di 1 (51-50) e 16 punti realizzati in contropiede. La ripresa vede entrambe le squadre affrontarsi in equilibrio, secondo uno schema di forze uguali ma contrapposte: si arriva a contare ben 18 sorpassi e la bellezza di 10 parità. Lo sforzo è tanto e le gambe iniziano a diventar pesanti per Cleveland. Intanto Golden State si stacca, arrivando agli ultimi 12’ sul +6 (73-67). L’ennesima tripla in step back di Curry chiude l’incontro a circa 3’ dalla fine (96-86). Da li ad arrivare al conclusivo 104-91 il passo è decisamente breve!

La risposta di LeBron e dei suoi Cavs, incisiva e autoritaria, dovrà arrivare a stretto giro, quando la serie tornerà a Cleveland per disputare Gara 6. Gli Warriors avranno tra le mani il primo match point per vincere l’anello. Non c’è più spazio per le giustificazioni. Non esistono più ne “ma” e ne “però”. Se Cleveland non vuole mollare deve entrare nel “qui” e “ora”, deve immergersi nel “flusso” e focalizzarsi solo sulla prossima battaglia. Tutto il resto non conta. Tutto il resto (se ci sarà) verrà dopo!

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Francesco Pumpo

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