Pellegrini-Schwazer-Bonitta: al Bar Sport olimpico si dimentica il passato

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federica-pellegriniNelle belle Olimpiadi finora disputate da parte della squadra italiana, tre vicende hanno creato parecchio amaro in bocca ai tifosi, venendo al tempo stesso a dar fiato mediatico ai nostri giornali: il deludente quarto posto di Federica Pellegrini nei 200 stile libero, la squalifica di 8 anni inflitta ad Alex Schwazer e il naufragio della nazionale femminile di pallavolo guidata da Marco Bonitta. Tre storie completamente diverse tra loro ma sulle quali è calata un’ondata di finto stupore nazionale creata ad arte, come se si fosse trattato di altrettanti fulmini a ciel sereno. Così non è. Sarebbe bastata una maggiore consapevolezza del passato da parte di giornalisti (per la Pellegrini) e dirigenti (per gli altri due) per evitarci questo sfinimento di chiacchiere da Bar Sport.

Iniziamo per cavalleria dalla Pellegrini. A 28 anni si è davvero “matusa” nel nuoto ma, giustamente, Federica si è pienamente meritata la sua ultima Olimpiade, sulla scorta dei buoni risultati colti lo scorso anno ai Mondiali (due argenti) e agli Europei in vasca corta (due ori). Realisticamente si poteva candidare per un bronzo (già dalle batterie si era visto che Ledecky e Sjostrom avevano un altro passo), e per un buon apporto alle staffette. Andando a rivedere la sua gloriosa storia, ci vuol poco ad accorgersi che in quattro Olimpiadi ha vinto solo due medaglie, un oro otto anni fa e un argento dodici anni fa. Quindi, per motivi misteriosi, il rapporto della Pellegrini con i Giochi è sempre stato abbastanza problematico; perché sconvolgersi se è arrivata solo una posizione in meno del previsto? O vogliamo sempre pensare che noi italiani siamo i più forti, i più ganzi, i sempregiovani e i più furbi e se qualcosa non va è sfiga o colpa dell’arbitro?

Ben più dolorosa la vicenda di Alex Schwazer, trovato positivo per la seconda volta ai controlli antidoping. Non voglio entrare nei meandri di una vicenda che sa tanto di spy story e di intrigo internazionale, in cui i punti oscuri sono davvero molti e l’impressione esterna è che non si sia voluto creare un pericoloso precedente in cui la mancata osservanza delle procedure avrebbe finito per inficiare la sentenza sportiva su un atleta risultato positivo anche alle controanalisi. Detto questo, penso che sarebbe bastata una più netta fermezza quattro anni fa, all’epoca della positività prima delle Olimpiadi di Londra: fu un caso talmente clamoroso, che coinvolgeva l’atleta più in vista della nostra spedizione e che gettava talmente tanto discredito sull’intera squadra, da richiedere, a mio parere, la radiazione immediata. Chi si dopa commette in ogni caso un atto spregevole, ma ancor più spregevole è chi si dopa con la maglia della nazionale: perché getta fango su tutti i compagni e su tutto il Paese, e perché toglie il posto a un altro connazionale pulito. Per questi motivi Schwazer andava radiato nel 2012, risparmiandoci (e risparmiandogli) tutto quello che sta accadendo ora.

Infine, la debacle della nazionale di volley femminile, uscita mestamente al primo turno con una sola vittoria (inutile, contro Portorico) e quattro schiaffoni davvero amari da digerire. Tutti a puntare il dito contro il ct Marco Bonitta, che dopo la terza sconfitta, quella con l’Olanda, ha fatto un mea culpa in linea con il personaggio, dichiarando di non pentirsi di nessuna delle sue scelte e che avrebbe rifatto esattamente le stesse cose anche potendo tornare indietro. Quando si dice “l’inutilità del tempo trascorso”. Delle sue scelte sarebbe invece lecito parlare (e dubitare) a lungo, sia in termini tecnici che comportamentali. Nella prima lista rientrano le esclusioni di Piccinini, Arrighetti e Costagrande, riguardo alle quali il ct ha perso completamente di vista la qualità assoluta della manifestazione che andava ad affrontare. Un’Olimpiade è più di qualsiasi altra cosa, perfino più di un Mondiale, figuriamoci di un Europeo o di un Grand Prix. Non c’è spazio per gli esperimenti, non c’è tempo per far sbocciare i talenti acerbi: alle Olimpiadi Bonitta avrebbe dovuto portare il meglio che ha oggi, le atlete più tenaci, esperte, magari spinte proprio dalla consapevolezza di giocarsi l’ultima chance della carriera. Invece, ancora una volta, si è fidato troppo del suo stellone, di quel fantomatico “tocco magico” che è tanto convinto di avere e che è costato alle ragazze (non a lui, visto che aveva già deciso di mollare a Giochi conclusi) dieci giorni deprimenti che difficilmente dimenticheranno. Per l’aspetto comportamentale ci riferiamo naturalmente al caso Diouf: per una volta che la scelta tecnica non si è rivelata sbagliata, Bonitta è riuscito a farsi dare addosso da tutti per il modo in cui ha comunicato alla ragazza, dopo un’estate passata ad allenarsi insieme e due giorni prima dell’aereo per Rio, che non sarebbe stata della spedizione. Con un sms. Roba da ridere, se a farlo fosse stato un allenatore di prima divisione e non un ct. Che eleganza, che tatto, davvero complimenti. Anche qui, però, era tutto fin troppo facile da prevedere, visto che stiamo parlando dell’unico ct della storia delle nazionali di pallavolo che è stato costretto alle dimissioni da un gruppo di giocatrici esasperate dai suoi metodi di gestione del gruppo. Tutto questo accadeva nel 2006, dopo un mondiale vinto (anche qui con la clamorosa esclusione della Cacciatori per portare la Sangiuliano…) che aveva trasformato il ct nel nuovo Velasco, salvo poi dover attendere Barbolini per ripetersi al top. Dopo otto anni da quei fatti, la FIPAV lo rimette sulla stessa panchina: cambiate le giocatrici, perché non sperare nella bontà dell’usato sicuro? Da Bonitta alla Luisona del Bar Sport, quanto è breve il passo verso la colite.

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Gianluca Puzzo

Un commento

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  • Per essere allenatore di una squadra femminile ci vuole ben altro che la semplice competenza tecnica!

Gianluca Puzzo

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