Saranno Bulls?

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Quanto sta avvenendo nelle ultime settimane alla Red Bull ricalca le divisioni interne di altri tori che scrissero la storia del basket mondiale, un copione già letto che, a questo punto, pure nell’automobilismo potrebbe aprire scenari impensabili fino a poche settimane addietro. A dimostrazione di come il trasferimento di Hamilton alla Ferrari nel 2025 causerebbe un effetto domino a larghissima scala.

Il toro come segno del destino in nome dell’autolesionismo?
Macchine perfette, attori protagonisti al posto giusto nel momento giusto durante il migliore stato di forma, storie di squadre vincenti ma protagoniste di rapporti interni mai ideali poi sfociati in guerre autodistruttive e quindi, inevitabilmente, argomenti ideali per i media; ieri per vendere quante più copie possibili di carta stampata, oggi per aumentare esponenzialmente le visualizzazioni in rete.
Era l’estate del 1997 quando Phil Jackson annunciò che non sarebbe più stato l’allenatore dei Chicago Bulls, un rapporto mai sbocciato tra lui ed il General Manager Jerry Krause, nonostante stagioni di successi irripetibili, se non fosse che di mezzo c’era la storia di Michael Jordan che, a sua volta, decise che nessun altro coach l’avrebbe allenato.
Un fine corsa poi scongiurato, perché sempre Jackson rinnovò per un altro anno, idem Jordan con un contratto pazzesco, seguirono due altri grandi come Pippen e Rodman che sposarono la causa convinti del rinnovo di Michael, ci pensò il campo a spegnere qualsiasi tipo di speculazione.
L’estate successiva portò bruscamente la definitiva fine di quei Bulls, strategie di mercato sbagliate anche in nome di presunte anagrafiche, mancati rinnovi e quant’altro, portarono la squadra dal dominare l’NBA a navigare nel fondo della classifica; proprio la stagione 1998-99 rientra nei rari casi dove il club campione uscente parte senza velleità alcuna di ripetersi.
Andato via Jackson, come effetto domino lasciò Michael Jordan, per quello che fu il secondo ritiro della sua carriera, Rodman da svincolato passò ai Lakers, Pippen venne scambiato agli Houston Rockets con Roy Rogers poi tagliato, Kerr fu mandato ai San Antonio Spurs, Longley centro titolare nelle precedenti tre stagioni fu ceduto ai Phoenix Suns in cambio di Mark Bryant ed una prima scelta nel draft 1999, Buechlet andò a Detroit.
Rimase Toni Kukoc a ricoprire il ruolo lasciato da Pippen, mentre Harper divenne il leader della squadra evidentemente non pronto per tale salto, il roster venne formato da panchinari delle precedenti stagioni e giocatori che divennero delle meteore o comunque, non in grado nemmeno di avvicinarsi a competere con la squadra di pochi mesi addietro.
Quei Bulls non solo mancarono la qualificazione ai play off per la prima volta dal 1984 ma, cosa più grave, chiusero la stagione all’ultimo posto della Eastern Conference. Ancora oggi dopo vari tentativi e qualche giocatore di valore passato dallo United Center (costruito appositamente nel 1994 per contenere un maggior numero di spettatori rispetto al precedente Chicago Stadium), restano solo i trofei di quel brillante periodo purtroppo non più aggiornati nella memoria di quegli atleti.
Veniamo ad un altro toro, che riguarda la Formula 1 e nel rischio d’implodere, dovrebbe ben guardare la storia.
È ormai palese come all’interno della Red Bull, l’armonia delle parti sia praticamente sotto zero nonostante una macchina perfetta, capace di dominare fin qui il ciclo regolamentare ad effetto suolo.
Certo, bruciano i veleni di Abu Dhabi 2021 quando a pochi giri dal termine con Hamilton in testa, durante la safety-car si decise di fare sdoppiare solamente i piloti tra i due contendenti al titolo, decisione che costò il posto al direttore di corsa confermando comunque il primo titolo di Max svelto pochi giri prima, a cambiare le gomme e quindi sfruttare la maggiore performance.
Una brutta pagina di questa Formula 1, che spesso sembra purtroppo legata a giochi di potere, come quelli in casa Red Bull dove pesano le posizioni, da una parte la proprietà thailandese che ne detiene la maggioranza dalla parte di Horner, dall’altra chi invece sportivamente ha costruito un’armata insuperabile, ovvero il super consulente Marko che mise in pista Verstappen non ancora

maggiorenne, ed il genio di Adrian Newey che insieme ai suoi collaboratori, progetta e disegna, aggiornando le monoposto con soluzioni mai viste mentre i competitors, sono impegnati a studiare e prendere spunto dalle macchine dell’anno prima.
Alla base della controversia ci sarebbero dei comportamenti inappropriati del team principal nei confronti di una dipendente, ma è chiaro come il pretesto sia quello di sistemare tra le parti, una convivenza nel box ormai intollerabile.
Incredibile quanto successo sempre in Bahrein, quando a seguito del comunicato della Red Bull che scagionava il suo team principal, una fonte anonima nel corso della seconda sessione di prove libere, ha trasferito del materiale a giornalisti e maggiori attori del paddock a screditare la toppa.
Uno “s-thai” sereno tentato anche da un clamoroso retroscena rivelato dal De Telegraaf, secondo cui al termine delle qualifiche dell’inaugurale Gran Premio del Bahrain, alla base del colloquio a caldo tra il pilota Verstappen ed il presidente della FIA, proprio Ben Sulayem con la mano davanti la bocca ma vicinissimo al fotografi avrebbe chiesto di esprimere pubblicamente il sostegno ad Horner, ampiamente respinto dal pilota come dimostrato dalle risposte in politichese durante la successiva conferenza stampa.
A fine gara come se non bastasse, c’è stato l’incontro nel paddock tra Toto Wolff team principal e azionista della Mercedes con Jos Verstappen, papà di Max ed ex pilota di Formula 1 che oltre al ruolo genitoriale, vicinissimo al figlio anche nel box, è uno che ne capisce di dinamiche e strategie comunicative, al punto d’innescare l’ultima mossa per mettere all’angolo Horner e l’ala maggiormente protettiva: o licenziamento o sarà Verstappen a cambiare aria.
Sempre il padre Verstappen, è uscito pubblicamente allo scoperto tramite un’intervista rilascia al Daily Mirror con commenti schiaccianti: “C’è tensione qui finché rimane in posizione. La squadra rischia di andare in pezzi. Non può andare avanti così. Esploderà. Lui fa la vittima, quando è lui a causare i problemi”.
Armonia tra l’altro, poco solida anche in un altro ring di tori, quello della Racing Bulls così denominata dopo l’esperienza Toro Rosso ed Alpha Tauri con sede a Faenza dell’ex Minardi, dove sempre in Bahrein, Tsunoda non ha per niente digerito l’ordine dal box di fare passare Ricciardo per attaccare un dodicesimo posto che nemmeno valeva la zona punti e quindi, non avrebbe comunque cambiato la classifica costruttori.
Una furia il giapponesino che nel giro di rientro dopo la bandiera a scacchi, quasi speronava Ricciardo “sulla carta” suo compagno di squadra.
Dunque una storia che sembra ripetersi, il successo dentro dinamiche purtroppo autolesioniste.
Chi ne guadagnerebbe?
La risposta in casa Red Bull è nessuno.
Contrariamente la Mercedes prenderebbe un pilota che colmerebbe il vuoto emotivo e mediatico di Hamilton, magari portando una parte dei segreti delle vetture per provare a ripetere i successi della prima parte dell’era turbo-ibrida.
Guardiamo la Ferrari, isoliamo la storia, il blasone, l’era Schumacher e quant’altro di chi vive dei ricordi.
A Maranello gli umori dopo i passi avanti della nuova monoposto sono senz’altro positivi, tra qualche mese l’affare Hamilton sarà una grande sfida, la faccenda Red Bull può essere guardata con andamento calmo perchè Verstappen non troverebbe una monoposto dominatrice senza considerare, come per l’olandese sarebbe soprattutto la prima esperienza lontano dalla campana di vetro dov’è nato e cresciuto.
Sempre la rossa, osserva la situazione per quelli che eventualmente, sarebbero i pezzi pregiati nei tavoli di lavoro, dove ancora una volta, al netto dei simulatori e gallerie del vento, è l’uomo a fare la differenza.
Per questo la storia va guardata e studiata, anche per prevenire il futuro.

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Andrea La Rosa

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