Serie A ’18 week 9: a volte tornare indietro di trent’anni è un bene

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Ma quanto è bello un campionato equilibrato, con scontri diretti continui e nessuna egemonia? Quanto ci mancano gli anni in cui il nostro era il torneo più apprezzato al mondo? Se, dopo nove giornate, le prime quattro sono vicine tre punti e la quinta è leggermente più staccata solo perché ha una partita in meno, quanto è più avvincente la competizione? Quanto interesse maggiore suscitano le gare? Merito della Var? In parte. Merito delle società che stanno investendo meglio? Certo. Merito di un inizio in sordina della Juventus? Probabilmente.

In realtà, il merito di questo avvincente inizio di campionato è da ritrovare in una commistione di fattori: oltre a quelli succitati, l’enorme divario tra le grandi e le piccole che non fanno perdere punti alle prime, così come la mancanza di coppe dell’Inter, ma anche le eccezionali continuità dei progetti di Napoli e Lazio sono tra le concause maggiori. Nell’ultimo turno si è evidenziato tutto ciò: vincere 6-2 fuori casa con un uomo in meno, mettendo a segno addirittura quattro reti in inferiorità numerica, a prescindere dall’indubbia forza della Juventus, dimostra quanto la differenza tra le prime cinque/sei squadre e tutte le altre sia abissale. I nerazzurri di Spalletti hanno saputo imbrigliare la capolista, riuscendo a non farla segnare dopo ventotto partite consecutive: un’impresa figlia dell’applicazione tattica, della solidità inculcata dal neo-allenatore, di prestazioni superlative di alcuni interpreti (Handanovic e Skriniar su tutti) e indiscutibilmente da una forma fisica migliore rispetto agli avversari, reduci dall’impegno di Champions League a Manchester di tre giorni prima. Infine, la semplicità con cui la Lazio di Inzaghi si è sbarazzata del Cagliari sottolinea come il mister stia plasmando un gruppo coeso, conscio delle proprie forze e consapevole di potersi giocare qualcosa di importante. A queste, aggiungiamoci una Roma poco brillante ma comunque capace di tornare dall’Olimpico di Torino con tre punti grazie al magistrale sinistro di Kolarov e la fotografia del campionato, così simile ad una qualsiasi degli anni ’80, è bella che nitida nei nostri occhi.

Le note stonate della domenica (e non solo) sono il Milan e il Benevento. La squadra di Montella è in una crisi profonda: di gioco, di risultati, di serenità. E non c’è un unico colpevole: si pensi a quest’estate con il caso Donnarumma, gestito in maniera estremamente opinabile, ed in ogni caso non da grande società; a questo aggiungiamoci i proclami dell’estate dopo i numerosi acquisti (“Con Biglia il Milan punterà da subito allo Scudetto” cit. Matteo Marani, Vice Direttore Sky Sport e Direttore Sky Sport 24, agosto 2017) che hanno pompato l’ambiente in maniera smisurata, una società i cui vertici sono molto poco presenti, una piazza abituata a trionfare in Italia e nel mondo che non vuole aspettare. Tutto questo non aiuta di certo un allenatore bravo, ma con ancora poca esperienza nel gestire un team vincente. Ed ancora poco abituato a queste grandi pressioni, tanto che, al termine di un Milan – Genoa scialbo e senza guizzi, quasi giustifica l’intollerabile gomitata di Bonucci che – santo Var – è stato visto in mondovisione come gesto volontario e pericolosissimo per l’incolumità del povero Rosi (che comunque il suo bel colpo con tanto di ferita l’ha preso). A mio avviso, sulla panchina rossonera aleggia l’ombra di un grande ex che da poco ha lasciato la Germania..

Infine, da campano mi dispiace molto per il Benevento. A dirla tutta, la presenza in panchina di Marco Baroni, scudettato con il Napoli 89/90 e autore fra l’altro dell’ultimo gol di quella fantastica stagione dei partenopei, unita all’esordio storico dei sanniti in massima serie, mi aveva fatto sperare in una bella favola, anche pensando all’ultima stagione del Crotone. Ed invece, il triste record di zero punti nelle prime nove gare (è la prima volta che accade in ottantasei anni di Serie A) ci fa riflettere nuovamente sull’opportunità della formula delle venti squadre. Ma ancor di più ci fa soffermare sulla preparazione di queste squadre e società al grande palcoscenico: il Chievo Verona insegna, ci vogliono programmazione e organizzazione per salvarsi in Serie A e per pensare di resistere negli anni. Presentarsi ai nastri di partenza con una rosa priva di veterani della Serie A e della salvezza (pensate al Chievo Verona senza Pellissier, per fare un esempio lampante) e con un’impronta di gioco meno votata al sacrificio e più orientata al bel gioco (insomma, un po’ come il Pescara di Oddo dell’anno scorso) è un suicidio tattico che rischia di far diventare quest’anno un incubo per tutti i tifosi giallo-rossi. Sicuramente è necessaria un’inversione di tendenza, magari nella guida tecnica, che possa far azzerare quanto di brutto visto finora e provare un’impresa che non meno di qualche mese fa si è vissuta in un’altra realtà del Sud Italia.

Viva il Var!

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Luigi Rivolta

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