Stanley Cup 2018: Washington e Ovechkin, tutta l’emozione della prima volta

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Dopo 43 anni di esistenza e 10 presenze nelle ultime 11 post season, Washington ce l’ha fatta a vincere la Stanley Cup. E con lei ce l’ha fatta il suo capitano, Alexander Ovechkin, che alla 13ma stagione NHL centra finalmente il massimo obiettivo e lo raddoppia addirittura, aggiudicandosi anche il Conn Smythe Trophy come miglior giocatore dei playoff, un premio alla sua immensa carriera prima ancora che ai suoi 15 gol in questi playoff. In più, Ovechkin diventa il primo russo a vincere da capitano il trofeo più prestigioso dell’hockey mondiale.

L’avevamo scritto che, comunque fosse finita, alla fine ci sarebbe stata una bella storia da raccontare dopo queste Finals. Forse più affascinante sarebbe stato raccontarvi della vittoria di un gruppo di reietti, rifiutati dalle loro squadre d’origine, che portano al titolo un expansion team alla stagione d’esordio, ma non è stato certo meno emozionante vedere un gruppo esperto, sopravvissuto a dieci anni di speranze puntualmente disattese, con eliminazioni brucianti dopo regular season dominate, raggiungere infine il proprio destino, in barba a chi li aveva definiti, capitano in testa, dei talentuosissimi perdenti.

Il ghiaccio ha detto, senza tema di smentita, che quest’anno sono i Capitals i più forti. Non hanno preso scorciatoie, i ragazzi di Trotz (anche lui al primo titolo dopo una lunghissima carriera), non hanno avuto sconti dal tabellone, eliminando una dopo l’altra la squadra campione uscente da due anni, Pittsburgh, e la prima favorita ad Est, Tampa Bay. In finale, quindi, si sono trovati davanti la squadra col miglior record a Ovest, che aveva tritato tutti gli avversari per giungere fin là, e dopo aver perso gara 1 le hanno rifilato quattro stop consecutivi, due dei quali, compreso l’ultimo di stanotte, sul loro ghiaccio. Solo una squadra di grande carattere, davvero conscia dei propri mezzi, può riuscire a vincere 10 partite esterne negli stessi playoff (record eguagliato) e a chiudere tutte le serie sempre lontano da casa.

È stata una bella serie finale, comunque, forse fin troppo severa per i Golden Knights, che avrebbero meritato almeno una vittoria in più rispetto al 4-1 conclusivo, e il sottoscritto concorda con chi dice che, senza quel miracolo di Holtby nei secondi finali di gara 2, oggi staremmo forse raccontando un’altra storia, o semplicemente una serie più lunga e più avvincente. Vegas ci ha provato fino alla fine, questo le va riconosciuto; in gara 5 ha iniziato fortissimo ma, presa dall’ansia di segnare, ha concesso davvero troppi contropiede agli avversari, facendosi cogliere sbilanciata e mettendo così a nudo i limiti di un reparto difensivo un po’ leggero fisicamente, per questi livelli. Dopo un primo periodo a reti bianche, Washington ha aperto le segnature con Vrana, rete pareggiata poco dopo dall’autogol di Niskanen su tiro di Schmidt. Passa un solo minuto e Capitals ancora avanti, con l’immancabile gol in power play firmato Ovechkin (che aveva colto un clamoroso palo nella stessa situazione nel primo tempo). Lì Vegas ha profuso il suo sforzo maggiore, venendo premiata prima dal pareggio di Perron e poi col 3-2 di Smith, a pochi secondi dalla seconda sirena. I padroni di casa sono così a 20′ da gara 6, ma non riescono a gestire il loro vantaggio, mostrando il limite di avere una sola velocità di crociera, quella del pressing nel primo terzo. Continuano a esporre il povero Fleury a folate solitarie degli attaccanti, mentre Washington sente odore di vittoria e mette tutto sul ghiaccio: a metà tempo arriva il pareggio di Smith-Pelly (alla terza rete consecutiva, dopo averne fatte solo 7 in tutta la regular season…), due minuti e mezzo dopo il gol del 4-3 di Lars Eller che vale il sospiratissimo titolo.

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Gianluca Puzzo

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