Super Bowl LII: Eagles come gli Astros, la prima volta è da brividi

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A Minneapolis è stata la notte degli “underdog”, quella in cui i Philadelphia Eagles hanno vinto il primo Super Bowl della loro storia dimostrando di avere polso, freddezza, qualità e coraggio sufficienti per battere i campioni uscenti e strafavoriti New England Patriots. La commozione che traspare dalle immagini del post partita ci ha fatti tornare con la memoria a pochi mesi fa, quando gli Houston Astros hanno vinto le loro prime World Series battendo anche lì dei mostri sacri come i Dodgers; commozione sincera, singhiozzante, quella di chi non ha mai abituato se stesso e i propri tifosi a pennant e parate sul pullman scoperto.

La partita è stata del tutto inattesa, almeno per quanto mi riguarda, nel suo svolgimento. Ha ricordato gli incontri di boxe dell’Ottocento, quando i due pugili si picchiavano selvaggiamente senza difesa, un pugno ciascuno, finché uno dei due non stramazzava a terra senza rialzarsi. E così è stato questo Super Bowl numero 52, un match dominato dagli attacchi in cui difensori e special team sono stati a lungo spettatori non paganti; e non è un caso che l’unica, significativa zampata difensiva, il fumble recuperato da Philadelphia su Brady a 2’09” dalla fine, sia stato il crocevia decisivo della finale. Una partita in cui si sono percorse complessivamente più di mille yard (record all time nei playoff) e segnati la bellezza di 74 punti complessivi (41-33 il risultato finale per Philly), numeri mai visti in un Super Bowl.

Nick Foles si è preso anche il premio da MVP con 373 yard lanciate, 3 td e un intercetto, ma su ben altri numeri può recriminare Tom Brady: mai si era visto, infatti, un qb perdere una partita dopo aver lanciato 505 yard, 3 td e nessun intercetto! Ma tant’è, accade anche questo se la tua difesa “buca” completamente la partita e se il tuo attacco ignora per interi drive un running back prezioso come Lewis, mentre dall’altra parte Blount, Clement e Ajay producono yard importanti per dare fiato al loro qb. Difetti atavici dei Pats, che Belichick non poteva certo stravolgere in una notte, ma certo nessuno si aspettava una difesa dei Pats con 41 punti sul groppone.

La partita. Gli Eagles sono stati sempre avanti nel punteggio per i primi 50 minuti di gioco, vale a dire tre periodi e 5′ del quarto, arrivando anche ad avere anche 12 punti di vantaggio e 10 all’intervallo. All’inizio dell’ultimo periodo, però, alzi la mano chi reputava sufficienti i 6 punti di margine (32-26) per arrivare al titolo contro una squadra celebre per i prepotenti rush finali come New England. Tutto sembrava già scritto quando Brady ha completato tre passaggi consecutivi su Amendola per poi trovare Gronkowski in end zone per il sorpasso, 33-32 a 9’22” dalla fine. In quei minuti, però, con la pressione a mille e il pallone pesante una tonnellata, Nick Foles ha dimostrato di essere un giocatore vero, chiudendo un 4&1, poi trovando Agholor lungo e quindi pescando Ertz in touchdown per il controsorpasso del 38-33 con 2’21” da giocare. Troppi per star tranquilli, con un asso come Brady in campo, ma sufficienti se la tua difesa si sveglia, mettendo finalmente le mani addosso al GOAT, e se la dea bendata ti guarda di buon occhio, facendo rimbalzare il fumble perfettamente nelle mani di un giocatore in maglia verde. Nel finale c’è stato ancora spazio per un ultimo drive della disperazione dei Patriots, ma con pochi secondi e senza più timeout Brady ha dovuto affidarsi a un Hail Mary su Gronk, che ha mancato la presa perché triplicato dalla difesa. E l’Ave Maria ha lasciato il posto a un Requiem per New England.

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Gianluca Puzzo

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