The show must go on: in NFL sarà vietato inginocchiarsi all’inno

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È notizia di un paio di giorni fa: la National Football League ha approvato all’unanimità (!!) un nuovo regolamento che dal prossimo campionato proibirà ai giocatori di inginocchiarsi a bordo campo durante l’esecuzione dell’inno nazionale. Chi ha la bontà di leggerci dal 2016 saprà già di cosa stiamo parlando, ma ripercorriamo comunque in breve la vicenda: tutto iniziò appunto nell’agosto 2016, quando Colin Kaepernick, all’epoca quarterback dei San Francisco 49ers e stella di prima grandezza dell’intera lega, rimase seduto in panchina durante “Stars spangled banner”, prima di una partita di preseason tra i 49ers e i Green Bay Packers, per protestare contro le violenze di cui si era macchiata la polizia americana verso gli afroamericani. Il fatto ebbe una tale eco che noi ne scrivemmo subito e riprendemmo anche l’argomento ad un anno di distanza, quando quel gesto si era ormai diffuso a macchia d’olio non solo tra i giocatori di football (e non solo neri) ma anche tra quelli di baseball e basket. Se avete voglia di rileggere quei post, li trovate come “articoli correlati” in fondo alla pagina.

Ora, a distanza di due anni, la vicenda è stata normalizzata, e non usiamo a caso un termine tanto caro all’ex Unione Sovietica: dapprima si è lasciato senza squadra Kaepernick, involuto finché si vuole nel 2016 ma certo non inferiore a un discreto numero di brocchi che nel frattempo hanno portato al disastro le rispettive franchigie. Oggi, anche se tecnicamente è ancora un free agent, Kap può essere considerato ormai un ex giocatore. Il secondo passo verso la normalizzazione, in ossequio ai feroci tweet del presidente Trump sulla vicenda, lo ha compiuto la NFL questa settimana con la decisione di cui sopra, presa da lega e proprietari senza neppure consultare l’associazione giocatori e senza che neppure una voce (su 30 proprietari) si sia levata in difesa di un diritto al dissenso che è rimasto sempre, e ribadiamo sempre, nei limiti dell’educazione e della libertà individuale. Nessun giocatore ha mai compiuto gesti volgari o di spregio verso la bandiera o verso la banda che eseguiva l’inno: molti si sono inginocchiati come Kap, altri hanno alzato il pugno come Smith e Carlos in Messico nel ’68, altri ancora sono rimasti in piedi ma a capo chino. Nessun giocatore ha mai invitato i propri compagni a seguirlo, nessuno ha mai attaccato i compagni che non seguivano la sua protesta.

Da oggi in poi, chi non vorrà ascoltare l’inno, dovrà attendere la sua conclusione negli spogliatoi, lontano dalle telecamere e dagli occhi del pubblico, ed entrare in campo solo al momento del sorteggio. Chi invece, stando in campo durante l’inno, dovesse ancora compiere gesti di protesta di qualsiasi tipo, sarà severamente multato dal proprio club, il quale subirà a sua volta sanzioni dalla NFL. Un modo per togliere il palcoscenico a chi, legittimamente e con grande civiltà, vuole solo utilizzare l’unica platea di cui dispone per ricordare a tutti gli americani un grande problema che ancora oggi affligge la loro società: il razzismo, detto in due parole. E anziché utilizzare questi gesti come spunto per iniziare ad affrontarlo davvero, questo maledetto problema, si crea una norma per mettere la polvere sotto il tappeto, come se lo show sportivo dovesse essere completamente avulso da tutti i drammi che gli girano intorno. Il doping non esiste, le demenze da trauma cranico non esistono, la protesta non esiste. Un po’ come con la questione delle stragi nelle scuole, dove la “dottrina Trump”, anziché affrontare la questione all’origine (la facilità nel reperire legalmente armi anche per minorenni e squilibrati psichici), ha pensato bene di portare in classe ancora più armi, dotandone i professori.

Tornando al football, non è dato sapere se questa norma sia stata figlia della pressione diretta del presidente Trump sulla lega o indiretta sulle reti televisive, senza i cui faraonici proventi la NFL chiuderebbe domani. Fatto sta che si è generato un mostro le cui conseguenze possono essere imprevedibili: ad iniziare dalla già annunciata battaglia legale dell’associazione giocatori (Nflpa), a larghissima maggioranza afroamericana, passando per un lockout dei giocatori e fino a una rottura clamorosa con la lega. Ma forse stiamo sognando, forse non se ne farà niente e tutti chineranno la testa agli interessi della politica e del portafogli. Perché, prima di tutto, the show must go on.

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Gianluca Puzzo

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