Un drammatico weekend di 23 anni fa

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Lunedì sarà il 23° anniversario, eppure sembra ieri.
Fin da bambino ho seguito la Formula 1, affascinato dalle livree delle monoposto e dal fascino del pericolo, che le avrebbe portate fuoripista con la conseguente spettacolarità di un incidente; a partire dal week-end del primo maggio ‘94 capii la serietà del gioco.

Siamo all’inizio del campionato ma la tensione è già alta.
Dopo le prime due gare Schumacher (Benetton) sorprende tutti, ottenendo nelle prime due gare altrettante vittorie con netta superiorità.
La Ferrari ha raccolto due podi e altrettanti ritiri, mentre la Williams di Ayrton Senna è in difficoltà.
L’appuntamento successivo è quello dell’Autodromo Enzo e Dino Ferrari di Imola, valido per il Gran Premio di San Marino, nel quale una serie di circostanze indipendenti tra loro ma ugualmente tragiche segneranno la storia di questo sport.

Durante le prove libere del venerdì, il giovane Rubens Barrichello, a bordo della sua Jordan, prende ad alta velocità un cordolo e di conseguenza “decolla” orizzontalmente verso una barriera di pneumatici. La dinamica provoca un cappottamento della monoposto ma per fortuna, nessuna conseguenza agli organi vitali.

Il dramma entra nel vivo l’indomani, quando la Simtek di Roland Ratzenberger perde ad oltre 300 km/h una parte dell’alettone anteriore (già danneggiato da un precedente urto su un cordolo); il pilota è impossibilitato a seguire la curva per la perdita di carico aerodinamico, finendo fatalmente per schiantarsi. Le primissime immagini appaiono già drammatiche: il movimento passivo del casco che pende senza controllo verso una parte sul corpo, all’interno di ciò che rimane della monoposto, è il segno del decesso del pilota, la cui comunicazione arriva poco dopo.

Per la prima volta, la generazione di piloti e team in pista, si trovò davanti ad un evento drammatico ma, dopo una prima volontà di non disputare la gara, si decise di continuare.

Alla partenza (pole di Senna), la Lotus di Lamy prende in pieno la Benetton di Letho rimasta in panne nella griglia di partenza; i detriti finiscono nelle tribune provocando diversi feriti.
Momenti concitati dunque, che si aggiungono ai terribili ingredienti di un weekend purtroppo ancora da definire.
L’ingresso della safety car permette di ristabilire le condizioni per riavviare la corsa ma, poco dopo la ripartenza, al settimo giro, Ayrton Senna al comando della gara, mentre affronta la curva del Tamburello, si schianta.
A pochi giri dal termine, dopo un pit-stop, la Minardi di Alboreto perde una gomma avvitata malamente, che finisce per investire diversi meccanici (tre Ferrari e uno Lotus).
La notizia della morte del campione brasiliano arriva dopo la fine della gara, gettando nello sconforto il mondo dell’automobilismo e soprattutto, una nazione intera, il Brasile.
Le perizie accerteranno la causa nella rottura dello sterzo.

Da quel momento, la sicurezza è diventata la priorità della Formula 1, a cominciare dall’introduzione, apparentemente banale, del limite di velocità nella pit lane. I requisiti chiesti ai circuiti sono intransigenti, così come i crash test imposti dalla federazione oggi preminenti rispetto alla performance.
In questo progresso, l’abitacolo è considerato cellula di sopravvivenza del pilota ed inoltre, i pneumatici sono fissati al telaio con appositi cavi al fine di evitarne il volo nel caso di incidenti.
L’introduzione dal stagione 2003 del sistema Hans, garantisce la salvaguardia degli urti alla testa e al collo.
Alle tradizionali bandiere di colorazione diversa (secondo il pericolo) in mano ai commissari ai bordo pista, si sono aggiunti i display che avvisano ai piloti sono gli immediati pericoli ed inoltre, da pochi anni sono stati banditi i rifornimenti durante la gara, dotando le monoposto di serbatoio con la capacità utile a terminare la gara.
Tra gli incidenti di rilievo andati a buon fine, possiamo citare quelli di Brundle (Australia 1996), Kubica (Canada 2007) e Alonso (Australia 2016), usciti incredibilmente con le proprie gambe da ciò che rimaneva della vettura.

Purtroppo la strada è ancora lunga quanto insidiosa, perché a volte quando ci si mette il destino ed un insieme di fatalità, non esistono campane di vetro che possano salvare.
Jules Bianchi purtroppo, ci ha lasciato in eredità la sua testimonianza.
Per non dimenticare.

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Andrea La Rosa

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